Cara Italia, perché vuoi rinunciare ai tuoi cittadini?

Riportiamo qui l’intervento di una nostra amica, Sabrina, che ha condiviso sul Forum della Rete G2 i risultati del suo approfondito e appassionato studio sul tema a noi più caro: la Cittadinanza.
Grazie per il tuo lavoro!

<<Cara Italia, perché vuoi rinunciare ai tuoi cittadini?
Nelle ultime settimane, leggendo i quotidiani nazionali, ho scoperto con grande sorpresa che il governo sta riflettendo su una modifica delle legge sulla concessione della cittadinanza.
Conosco ormai la tempo la Rete G2, associazione che si occupa di difendere il diritto alla cittadinanza dei figli degli immigrati, le cosiddette seconde generazioni, cosí come è ormai da tempo che, per questioni personali, mi interesso a questo argomento. Di conseguenza ho deciso di scrivere questa lettera. Prima di iniziare ad esporre le mie idee a riguardo, vorrei sottolineare che il tutto è frutto di ricerche e studi in questo ambito e che quindi mi avvalgo degli insegnamenti della storia per supportare la mia tesi, giusta o sbagliata che sia (tanto per mettere le mani avanti).
Per quanto mi riguarda, mi sembra paradossale che persone nate e/o cresciute in Italia non abbiano il diritto di esserne considerate dei cittadini. Analizzando la reazione di molti italiani a riguardo, mi sono resa conto che probabilmente il problema nasca dalla nostra definizione, alquanto inesatta, di “italianità“.
Molti pensano infatti che dare la cittadinanza equivalga a dover concedere ad estranei un qualcosa di “nostro”, come dare via un oggetto di famiglia a qualcuno che a mala pena conosciamo e che non se lo merita. E questo qualcosa è non solo nostro, ma soprattutto soltanto nostro, e ci è sempre appartenuto da generazioni di generazioni, fino a risalire agli albori dell´umanità (a quanto pare infatti, era già un tema molto discusso durante la preistoria, nonostante l´uomo non avesse ancora sviluppato interamente l’uso della parola). L´italianità viene considerata quindi una specie di arcaico fenomeno immanente, che aleggia nell´area dei confini nazionali da sempre: un qualcosa di ineffabile che stabilisce chi siano coloro che possano godere dei diritti civili all´interno dell´Italia.
Introducendo il termine “diritto” mi sembra opportuno fare un passo in avanti e ammettere che l´italianità, cosí come qualsiasi nazionalità, piú che una questione di sangue o di territorio, riguarda il diritto di essere considerato cittadino legittimo di un determinato stato costituito. Noi invece commettiamo l´errore, parlando di italianità, di collegare questo termine al concetto di nazione e nazionalità. Il concetto di nazione, almeno facendo riferimento a quello che mi è stato insegnato a scuola, viene interpretato ancora oggi in maniera romantica (non parlo di cioccolatini e lume di candela bensi di Herder): la nazione è l´anima di un paese, la sua cultura e la sua lingua, tutti elementi considerati praticamente i presupposti alla base di uno stato.
A questo punto peró sarebbe il caso di ripassare velocemente un pochino di storia.
Non vorrei risultare pedante e prolissa, ma purtoppo mi è necessario, per rendere il mio filo logico più comprensibile, fare un breve accenno ad alcuni passaggi storici nonchè alla testimonianza di personalità influenti vissute prima di noi moderni.

Partendo dal presupposto, in realtà non proprio esatto, che il concetto di nazione sia da collegarsi all´idea di popolo, lingua e cultura, trovo interessante il pensiero di Schieder, uno degli storiografi più autorevoli della Germania del dopo guerra, conosciuto soprattutto per la sua ricerca sulla nascita dello stato moderno.
Schieder nel libro “Der Nationalstaat in Europa als Historisches Phänomen” (1964) spiega come spesso si commetta l´errore di credere che lo stato nasca necessariamente da una nazione, concetto che in qualche modo eleverebbe la nazione ad un ruolo superiore, nonchè indiscutibilente necessario, di madre fondatrice dello stato. In molti casi però, lo stato si é formato prima della nazione, elemento quest’utimo creato soltanto in seguito e quasi artificialmente. Mi rendo conto che l’ultima frase possa sembrare un tantinello ingarbugliata e ho deciso così di venirvi in contro con un esempio: la Grecia moderna. Infatti, successivamente ai moti rivoluzionari dell´ottocento e all´ottenimento della propria indipendenza dall´impero ottomano, l´Europa decise di riconoscere, di legittimare e quindi di “creare” lo stato della Grecia, ponendone a capo “lo straniero” Otto Wittelsbach, alllora principe della Baviera. Nonostante per noi oggi la Grecia sia una Nazione con la “N” maiuscola, storicamente parlando, soprattutto in seguito alla dominazione straniera, i greci non erano più “greci” nel senso nazionale del termine. Erano guidati da un sovrano straniero e non avevano nemmeno una lingua nazionale! Ebbene si, uno dei presupposti fondamentali del concetto di nazione oggi tanto sbandierato, la lingua, fu creata in seguito alla nascito dello stato greco dallo scrittore Adamantios Korais. A questo punto mi sembra utile fare un parallelo con un’altra nazione (uso questo termine di proposito) che fino a 150 anni fà non esisteva: L´Italia.
Non metto assolutamente in dubbio che in qualche modo fossimo legati da una intellighenzia “nazionale” che cercava di mantenere una certa unità lunguistica e culturale, tuttavia mi sembra abbastanza giusto affermare che 150 anni fà, e probabilmente anche oggi, un siciliano ed un piemontese non sarebbero del parere di appartenere ad una matrice culturale identica. A proposito, l´ora mi sembra propizia per commentare l´attegiamento dei nostri amici leghisti (che indubbiamente hanno un origine preistorica), che già ai tempi della pangea non potevano sopportare il fatto di essere stati sfortunatamente piazzati vicino al meridione… e questo nonostante il meridione ancora non esistesse!

Continuo questo piccolo excursus storico citando un discorso tenuto da Ernst Renan alla Sorbona l’ 11 marzo del 1882 ed intitolato “Cos’è una nazione?”: «La terra, come la razza, non fa una nazione. La terra fornisce il sostrato, il campo della lotta e del lavoro; l’uomo fornisce l’anima. L’uomo è tutto nella formazione di quella cosa sacra che si chiama popolo. Tutto ciò che è materiale è insufficiente. Una nazione è un principio spirituale, prodotto dalle profonde complicazioni della storia, una famiglia spirituale, non un gruppo determinato dalla configurazione del suolo.
[…] La nazione è dunque una grande solidarietà, costituita dal sentimento dei sacrifici compiuti e da quelli che si è ancora disposti a compiere insieme. Presuppone un passato, ma si riassume nel presente attraverso un fatto tangibile: il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme. L’esistenza di una nazione è (mi si perdoni la metafora) un plebiscito di tutti i giorni».
Razza, concetto che ormai molti (ma non ancora abbastanza) ritengono ampiamente superato, e geografia non hanno quindi nessun ruolo quando si tratta di determinare cosa sia una nazione. Ció che veramente importa è il contributo del singolo individuo e la sua scelta individuale di appartenere ad una nazione, intesa come società finalizzata al benessere comune: come direbbe appunto Renan, un plebiscito.
Oltretutto nel discorso di Renan viene accennato il fatto che anche le nazioni moderne per eccellenza, come ad esempio la Francia, sono nate da un sincretismo di varie culture e popoli (Franchi, Normanni, Sassoni ecc.) che è stato poi, dopo qualche generazione, un paio di guere e soprattutto tanti matrimoni misti, “fortunatamente dimenticato”, facendo sì che individui “geneticamente” e culturalmente parlando assai diversi, si siano fusi al punto tale, che le differenze iniziali siano svanite, lasciando quindi soltanto un gruppo relativamente compatto ed unito: unito in uno stato.
Dulcis in fundo mi sembra opportuno citare Thomas Hobbes, che nella sua opera “Leviatano” (1651), descrive i processi fondamentali alla base della formazione di uno stato. In breve: l´uomo è fondamentalmente malvagio, anzi, più che malvagio non è capace di vivere in pace, e per questo si ritrova in uno stato di “bellum omnia contra omnes”. A questo punto un certo gruppo di individui decide, tramite un Pactum Unionis (composto da un Pactum Societatis e un Pactum Subiectionis), di rinunciare ad una parte della propria libertà e di delegare il potere ad un singolo individuo o ente (ad esempio uno stato), incaricato di portare ordine, sicurezza e quindi giustizia.

Piccola precisazione sulle fonti: Schieder all´inizio della sua carriera apparteneva al NSDAP (tanto per ribadire i soliti luoghi comuni sui tedeschi) mentre Renan è stato incolpato più volte di essere razzista: chissà, magari aveva stretto amicizia con Gobineau (se fosse vero, penso che Arthur abbia preso abbastanza male il cambiamento di rotta di Renan alla Sorbona…). Insomma tra gli autori citati, soltanto Hobbes gode una fama “inattacabile” (almeno credo) per quanto riguarda i diritti umani. Tuttavia penso che questi tre autori abbiano elaborato nell´evoluzione del loro pensiero, ed in seguito a notevoli elucubrazioni mentali, un concetto che, a mio avviso, è un qualcosa di estremamente prezioso per l´uomo moderno: la consapevolezza che la nascita e la ricchezza di uno stato derivino da una scelta consapevole dei suoi cittadini. Questi cittadini non sono un gruppo etnico preciso, bensí qualsiasi persona pronta ad inserirsi con rispetto e consapevolezza nella vita sociale di uno stato facendone quindi parte come colonna portante. Cosa sarebbe infatti uno stato sensa i suoi cittadini?
Mi sembra quindi assurdo nel 2011 dover litigare sul pricipio di “italianità”, ponendolo tra l´altro su un gradino superiore al concetto di cittadinanza. Con questa lettera non intendo dire che bisogna dare la cittadinanza alle seconde generazioni “nonostante non siano italiani”, bensi ribadire che, nel momento in cui qualcuno nasce e/o cresce in un paese, è inevitabile che ne assorba l´essenza dei processi sociali, diventandone quindi cittadino a tutti gli effetti. È questo infatti il criterio fondamentale che dovrebbe essere adottato nel rilasciare la cittadinanza, e che in fondo viene ribadito dalla parola stessa. Forse sto esagerando il concetto, ma tutto il resto non conta: la politica dovrebbe servire a creare uno stato di diritto per le persone che vivono all´interno della sua giurisdizione. È vergognoso e ingiusto che i nostri politici si ergano a difensori di un´italianità intesa in modo sbagliato, ritenendo che l´escludere persone cresciute nell´ambito del proprio sistema sociale debbano essere considerate, piú che straniere (e sarebbe il caso di dirlo chiaramente), estranee alle nostre leggi e ai principi del nostro stato. Queste sono soltanto le conclusioni di una studentessa. Puó anche darsi che siano sbagliate: tuttavia per elaborarle ho fatto lo sforzo di ricercare informazioni sul tema in modo tale da crearmi, nel bene e nel male, solide basi sulle quali fondare le mie convinzioni. Mi domando se i politici del PDL e della Lega Nord, che si oppongono tenacemente ad una modifica sulla legge sulla cittadinanza, abbiano fatto la stessa cosa. Sanno cos’è stata l’immigrazione italiana? Hanno studiato la nascita della nazione moderna? E soprattutto: se non l’hanno fatto, con quale coraggio si permettono di pregiudicare così gravemente i diritti e quindi la vita di altre persone che dovrebbero invece difendere?
E qui finisce (finalmente) la mia arringa. Un caloroso applauso a coloro che hanno avuto la pazienza di leggerla fino alla fine. Come ricompensa vi lascio un ultimo pensiero: le seconde generazioni sono qualcosa di speciale, sono un ponte, un passo avanti nella mentalità e nel pensiero dell´essere umano libero da confini nazionali e capace, tramite il rispetto del prossimo, di creare veramente un mondo migliore.>>


Il mio passaporto di che rosso è?

L’assessore romano alla scuola Laura Marsilio, in visita ad una scuola elementare, ha dichiarato che i bambini nati in Italia da genitori stranieri non sono realmente Italiani. A me, sinceramente, è salita un attimo di ansia identitaria. Un genitore italiano basta per essere italiana? Qui c’è poco da scherzare. Qui si parla di me, della mia appartenenza. Qui, se si comincia a misurare l’italianità a seconda dei genitori, potrei avere dei problemi pure io. Perché non solo mio padre non è italiano ma io non sono neppure nata in Italia. Però ci ho vissuto 20 anni – vale? Quanti punti ho nella scala da 0 a 100 dell’italianità pura? L’assessore Marsilio dice che i figli di stranieri in Italia sono stranieri. Mi sono guardata allo specchio e ho pensato – oddio, parlava di me?

Poi, però, ho tirato un sospiro di sollievo. Io non sono di origine straniera straniera. Lo sono solo un pochino, sono solo un pochino straniera, perché mio padre non è Straniero ma straniero, un gioco di maiuscole e minuscole che può cambiare tutta una vita. Del resto l’Inghilterra non è veramente ‘straniera’. Certo è più lontana dall’Italia della Tunisia o dell’Albania però non è straniera straniera. Infatti io ne ho pagato le conseguenze. A me a scuola nessuno poneva domande esotiche e favolose sulle mie origini – non ero molto interessante, e a parte qualche domanda d’aiuto durante i compiti in classe d’Inglese, la mia origine straniera era ignorata. Mi rendeva molto più esotica il fatto che non avessi la televisione a casa. In tutte le altre cose, io, ero italiana. Ma in che modo?

In che modo io sono italiana più dei bambini delle elementari incontrati dalla Marsilio? Come si misura l’italianità? Dall’ “aria che si respira in casa”, rispondono sia la Marsilio che la preside della scuola elementare. Ed ecco che scattano di nuovo in me dubbi d’appartenenza. Come si misura l’aria che si respira a casa? In quale percentuale deve essere italiana l’aria respirata per mettere in circolo nel corpo l’essenza dell’italianità? Perché io son cresciuta in una casa un po’ stramba, e non sono sicura se l’aria che ho respirato negli ultimi 25 anni si possa considerare ‘italiana’. Esiste un rilevamento scientifico? Un rilevatore di qualità offerto dal Ministero dell’Interno per misurare in modo quantitativo di che nazionalità sia l’aria di una casa? Quanti punti mi toglie nella scala d’italianità il fatto che tra le mura della casa della mia infanzia non circolasse solo l’italiano? Del resto ora l’inglese va di moda, ma sicuramente i signori misuratori d’identità converranno che la popolarità dell’inglese è solo il risultato di giochi di potere e moderno colonialismo linguistico e che quindi il fatto che questa lingua contaminasse l’aria della mia casa debba togliere molti punti alla misura della mia italianità. O siamo così meschini che chiudiamo un occhio quando la lingua altra che contamina la nostra è quella del più forte, del colonizzatore? Certo che no.

Quanti punti toglie alla mia italianità il fatto che tornassi ogni anno, per tutta la mia infanzia ed adolescenza, al mio paese d’origine? Perché, se ho capito bene, è così che dovrei considerare l’Inghilterra. Così vale per i bambini in fila per entrare in classe che ha incontrato la Marsilio, quindi immagino valga così anche per me. Poco importa se i miei mi han portato via dal mio paese natale che avevo 3 settimane, se ho frequentato l’asilo, la materna, le elementari, le medie, le superiori in Italia, se i miei ‘ritorni’ all’isola britannica li ho sempre considerati vacanza. Poco importa se in Inghilterra sorridevano al mio accento italiano e se sono sempre stata vista dai miei parenti là come la nipote italiana. Secondo le leggi astratte delle appartenenze, un bimbo con genitori marocchini portato in Italia a tre settimane d’età è marocchino e quando e se torna in Marocco d’estate torna ‘al suo paese d’origine’. Questo, a rigor di logica, dovrebbe valere anche per me.

Quanti punti di italianità mi dà il fatto che a casa mia si festeggi il Natale con i tortellini? Ma quanti punti poi mi toglie il fatto che attorno al tavolo del pranzo di Natale ci sia seduto non solo un  Inglese, mio padre, ma pure un Cinese, mio zio, il marito di mia zia, la sorella di mia madre? Certo l’aria che respiro fin da bambina non si può definire esattamente italiana. O forse sì? Del resto mentre si mangia si parla solo italiano perché questa è la lingua che tutti capiamo, e mio zio è in realtà cittadino italiano. Dal punto di vista burocratico, l’unico straniero a quel tavolo è mio padre. Che però mangia più tortellini di mia madre (cittadina italiana con genitori italiani e nonni italiani). Mi confondo sempre, quando si utilizza la parola cultura – cosa si intende per ‘cultura italiana’? Cantare l’inno? Essere bianchi? Andare in chiesa? Parlare italiano? Pagare le tasse? Non pagarle? Avere la madre casalinga? Avere la madre lavoratrice? Essere cattolici o almeno cristiani o a seconda del momento storico pure ebrei o pure atei ma comunque non musulmani? Essere italiani vuol dire non essere musulmani? Mangiare i tortellini vale? Essere precari? Mammoni? Mafiosi?

Sicuramente la cittadinanza non basta. La Marsilio non parla della cittadinanza dei bambini in fila fuori dalle elementari ma della loro ‘cultura’, della loro ‘origine’ –e probabilmente la sua scelta è stata azzeccata, avrebbe potuto creare delle incomprensioni se avesse parlato solo di bambini non cittadini italiani. Perché alcuni di quei bambini in fila per entrare in classe, etichettati dalla Marsilio come ‘stranieri’, probabilmente sono effettivamente cittadini italiani, figli di cittadini italiani. Per evitare disguidi, per evitare che questi bambini, cittadini italiani, si sentissero in un qualche modo esclusi dal suo discorso e non si sentissero abbastanza stranieri, la Marsilio ha sottolineato che “non è solo un fatto anagrafico, ma un fatto di cultura”. E ha ragione, la signora Marsilio, a dirlo a bambini di 6 anni, nei primi giorni di inserimento a scuola: che sia ben chiaro, nelle loro teste, che sono diversi da tutti gli altri. Nel caso in cui si confondessero o solo provassero un sentimento di appartenenza al Paese, alla città, alla scuola, al quartiere, le cose sono da subito messe in chiaro. E’ evidente dunque che anche la mia cittadinanza non basta come sicurezza, come prova della mia italianità – il discorso della Marsilio suggerisce che ci sono cittadini più cittadini di altri, più italiani di altri, con il passaporto più rosso degli altri. Date le mie circostanze, il mio passaporto di che rosso è?

Se alcuni di quei bambini ‘stranieri’ della scuola elementare erano cittadini italiani, altri non lo erano, perché i loro genitori non possiedono la cittadinanza. Come mio padre, del resto. Che cosa, dunque, mi rende più italiana di questi bambini? Forse il fatto di non dover fare la fila periodicamente in questura per richiedere il permesso di soggiornare un altro anno nella mia casa, nella mia città, nel Paese in cui sono cresciuta? Forse il fatto che, quando ho compiuto diciotto anni, non ho dovuto presentare una motivazione ‘valida’ per rimanere in Italia e non rischiare di diventare clandestina? Ma questa non è una questione di ‘cultura’, questa differenza tra me e quei bambini dipende solo dal fatto che possiedo i documenti giusti, che mi è andata bene con la burocrazia. E, se qui quello che conta e’ la cultura e non la burocrazia, l’appartenenza e non l’anagrafe, cosa mi rende, realmente, più italiana di una ragazza arrivata a tre settimane d’età dal Marocco? O da un ragazzo nato in Italia da genitori che un tempo vivevano in Tunisia?

Certo, qualcuno potrebbe dirmi che la mia ‘origine’ è più ‘europea’ della loro. Quando si parla di “aria italiana respirata in casa” però, siamo veramente sicuri che l’aria inglese si avvicini di più all’aria italiana rispetto all’ ‘aria albanese’, all’ ‘aria marocchina’, all’ ‘aria cinese’? L’aria marocchina respirata in casa da bambini figli di Marocchini ‘inquina’ l’aria italiana che i bambini respirano più dell’aria inglese, americana, austriaca, svizzera respirata da bambini figli di inglesi, americani, austriaci, svizzeri che nascono e crescono in Italia? Forse il Ministero dell’Interno dovrebbe veramente distribuire degli efficaci rilevatori della qualità dell’aria ad ogni casa, roulotte, tenda in Italia. Così tutti potremmo dormire sonni più tranquilli. Perché finalmente sapremmo esattamente chi è italiano puro e chi no, chi è italiano solo per un terzo, chi per quattro quinti, chi per sette noni.

Alice Elliot

Perchè Amauri sì e io no?

Maganò scrive sul forumG2:

Come molti di voi sanno mi è stata rifiutata la cittadinanza italiana per matrimonio perchè non ho i requisiti per chiederla. No, non vi preoccupate, non mi sono rincretinita e non ho presentato una domanda che è stata verificata dall’impiegata di turno (se non fosse stata valida o se non ci fossero stati tutti i documenti non sarebbe stata accettata li per li), e non si sono rincretiniti in Prefettura accorgendosi dopo più di un anno che avevano fra le mani una richiesta non valida. Semplicemente i requisiti sono cambiati quest’estate allungando i tempi di matrimonio richiesti per chiedere la cittadinanza. I requisiti che c’erano non ci sono più.
La richiesta per la cittadinanza va fatta da capo.
Anche Amauri deve rispettare i nuovi requisiti. Ma nel caso di Amauri giá ci sono dichiarazioni sui giornali che la cittadinanza gli sará data prima dei mondiali. Ossia presenterá la domanda nella prima data utile immagino, ossia il 4 marzo 2010 e la cittadinanza gli sará data in pochi mesi. E allora mi chiedo, perchè a me in questo anno e mezzo non è stata data? I due anni che si aspettano sono il tempo massimo, non il tempo necessario. Quindi secondo la mia logica Amauri e io non siamo cittadini uguali per la costituzione, perche`nel mio caso si aspettano 2 anni dalla presentazione della domanda (se non di più) e nel suo caso pochi mesi.
Vorrei essere chiara, non ho nulla in contrario che Amauri prenda la cittadinanza se ne ha diritto, ma vorrei che il suo diritto fosse uguale al mio.
Speriamo che quando ripresentero la domanda la legge non ricambi, perchè se no dovrò ricominciare da capo un altra volta e così all’infinito.

Clicca qui per post sul forum!

Questura: la saga continua…

21 Settembre 2009
Questa sarà un’altra delle mie indimenticabili date, un’altra macchia indelebile che porterò con me, in questa mia vita da figlia di immigrati, cresciuta in Italia. Già, un’intera adolescenza vissuta col terrore dei documenti, di girare fra comuni, questure, uffici immigrazione, prefetture, di preoccupazioni, di preghiere che tutto vada bene.
Sveglia alle 6.45, una veloce sciacquata e poi subito alla stazione a prendere il treno delle 7.24. L’attesa dell’autobus e poi alla Questura di Grosseto. Intanto mille domande scorrevano veloci nella mia testa: come sarebbe andata questa volta? Cosa sarebbe successo? Mi sarebbero uscite le lacrime come l’ultima volta? Tante, troppe le preoccupazioni. Arrivo in questura alle 8.35, una fila di decina di persone, 2 poliziotte allo sportello alla macchinetta per rilevamento impronte. Mi siedo e aspetto. Le gambe cominciano improvvisamente a tremare, le mani si chiudono in pugni stretti che cercano di scaricare la tensione, intanto tutta l’energia si accumula all’altezza dello stomaco, un ammasso gigantesco simile ad un ordigno pronto a scoppiare. Brividi, continue scosse in tutto il corpo, i denti digrignano, sguardo nel vuoto, VULNERABILE, INDIFESA, SOLA in una stanza resa falsamente più accogliente dalle pareti color marrocino chiaro. Mi sento male, corro fuori, prendo aria e leggo sulla porta d’ingresso: sportello per stranieri aperto dalle 8.30 alle 13 e penso perché sono qua? Perché sono in una struttura per “stranieri”. Mi sentivo fuori luogo, sentivo il dovere e la necessità di andarmene eppure non potevo. Non potevo perché io, cresciuta in Italia enumeravo e enumero fra i cosiddetti “stranieri”. Sento una voce sopraggiungere da lontano: Zhanxing Xu…Tocca a me. Arrivo, consegno le foto, il passaporto e sorrido perché nei momenti difficili è l’unica arma che ho per non soccombere. “Pollice, indice, medio, anulare e mignolo, ecco le impronte della mano destra che vengono caricate sul pc, ora la mano sinistra, poi nuovamente indice destro e indice sinistro” fatto, veloce e indolore. Già, pochi secondi che rimangono sempre impressi nella tua memoria, nella tua esistenza, che sono fonte della tua rabbia e della tua disperazione, perché contro un sistema terribilmente ingiusto lotti, ma intanto sei costretto a seguire le sue regole.
Intanto chiedo alla signora quanto durerà il mio permesso e mi risponde 2 anni, facendo i calcoli dovrebbe scadere a Marzo 2011, dimentico solo che lo potrò ritirare a Novembre e sono già stata graziata. Ho scritto, ho pianto, ho gridato, sono andata a implorare, ho pregato che mi dessero un permesso valido per almeno 2 anni e così dopo 3 anni di attesa mi è stato concesso. Sono felice perché ora assaporo un po’ di libertà, quella che tutti dovrebbero avere: di muoversi, di viaggiare ed infine di progettare. In questi anni quanti “no” ho detto agli amici che mi chiedevano di partire, alle follie adolescenziali di andare in aeroporto e scappare lontano ed invece io ero qui, ostaggio di questa nazione, senza nessuna possibilità di scelta. Ora, forse, una piccola barriera burocratica l’ho superata. Esco dalla questura, mi volto ancora indietro a guardare e spicco in volo.
Intanto la mia mente viene bombardata di flashback, ricordo i miei 16 anni, quando entrai timorosa nella stanzetta e mi presero le impronte, dipingendomi la mano di nero, così anche i 17,i 18 e tutti gli anni a venire. Ricordo ancora quando la mamma mi svegliava alle 5 di mattina per andare in Questura ad aspettare al freddo fuori dai cancelli, perché bisognava fare le file e prendere il numerino. Ricordo l’orgoglio e la dignità di una bambina/ragazza ferita da qualcosa più grande della sua età, ricordo la forza e la durezza con cui ho reagito a tutto ciò. Ricordo soprattutto gli sguardi interrogativi delle persone: ma tu non sei italiana? Già, io non lo sono, io ho la cittadinanza cinese, ITALIANA SOLO DI FATTO, ITALIANA CON IL PERMESSO DI SOGGIORNO. Ricordo tutto, ogni singolo attimo, ogni singolo istante in cui mi hanno umiliata, in cui mi hanno fatta credere di essere “nessuno”. Sono amareggiata, rattristata per tutto ciò che in questi anni ho dovuto rinunciare per cause di forza maggiore, tuttavia non provo risentimento, né rancore verso l’Italia, nonostante ciò che subisco ancora tutti i giorni. E’ una lotta continua, prima di tutto con me stessa, con le istituzioni e con i pregiudizi e vincerò io presto, ne sono certa. 
Non posso votare, non posso partecipare ai concorsi, non posso fare determinati lavori, non posso fare richiesta per i viaggi studio e il mio permesso scadrà tra 1 anno e mezzo, ciononostante sono tranquilla, serena, in pace. 
IO NON POSSO FARE TANTE COSE MA POSSO VALERE MOLTO DI PIÙ .
Corro, guardo avanti e piango ma questa volta di felicità.

Romano, de nome e de fatto

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=UARW5b_n34k&feature=related[/youtube]

“Per una critica della cittadinanza: movimenti sociali e pratiche di riappropriazione. università RomaTRE – Master in Politiche dell’Incontro e Mediazione Culturale. 8 marzo 2008”

Fonte: YouTube
User: LucaBellino

Promemoria: ricordati che non sei italiano

 di Sabrina (new entry)

L´italianitá di una persona non si vede dal viso. Non si vede né dalle mani, ne dai capelli e ne dal colore della pelle. Dobbiamo essere tutti mori? I mori ci sono ovunque…. Dobbiamo essere bianchi? I bianchi ci sono ovunque…Dobbiamo essere piuttosto bassini? Questo forse sí… no scherzo.
Insomma, questa famosa italianitá, da cosa si vede? Qualcuno mi farebbe il piacere di spiegarmelo? Scusate, non prendetela a male… È solo che io proprio non capisco .Vedete cari lettori, io ho un problema, lo stesso, che hanno tutte le persone che una volta postasi una domanda non lasciano stare finché non trovano una soluzione logica: la frustrazione di vedere che la soluzione trovata é, a quanto pare, sbagliata, non condivisa, rifiutata. Infatti io questa famosa soluzione logica al mio problema pensavo di averla trovata. Dico pensavo, perché poi le opinioni delle persone che mi circondano, le opinioni della maggioranza, mia hanno fatto dubitare del mio brillante sforzo logico-cognitivo-cerebrale…
Parlavo prima della cosiddetta italianitá e da quali fattori essa si possa evincere. Ora… io, nel mio piccolo ( che é molto piccolo se pensiamo che ho solo 20 anni, mentre le persone che gestiscono il nostro governo arrivano ben oltre gli anta)mi sono sempre posta questa domanda. Perché? Sono stata indotta dagli altri a farlo. Essendo italiana, io non ho mai pensato di dover motivare questo mio…. chiamiamolo “sentimento nazionale” a nessuno, capite? Quando voi avevate 7 anni, vi siete mai interrogati sulla vostra nazionalitá?Penso di no. Bene, io l´ho fatto, e non per una spontanea ( e legittima ) curiositá, bensi per cause esterne. La prima causa che riesca a ricordarmi risale ai mondiali di calcio del´94, quando la squadra italiana si scontró con quella brasiliana. Ricordo, anche se alquanto vagamente ( vista la tenera etá di 5 anni), che le persone mi domandavano : “ma tu per chi tifi , Italia o Brasile?”. Strano, ma la risposta non me la ricordo. Poi sono cresciuta, e le cose si sono complicate: “di dove sei?” , “ di Roma” “ davvero, ma non sembri italiana”, “mia madre é brasiliana”” ah, allora sei brasiliana”, “no, sono italiana” “allora sei nata in Italia?” “no, sono nata in Brasile, ma sono venuta a Roma quando avevo due anni” “certo certo….la sai ballare la samba?”, “ehm… no, veramente mi trovo in difficoltá anche a ballare la macarena”… , “ah… senti, e come mai sei bianca e alta? In Brasile non siete tutti scuri?”, “no, non sono tutti scuri in Brasile, scusa devo andare…a pettinare le bambole”. Seconda causa esterna: é difficile trovare un´italiana alta 1.81 e non proprio mora… Terza causa esterna: Il congnome. Ora apriamo un capitolo buio della mia esistenza. Dico buio inquanto avere quattro congnomi non puó certo essere definita pratica come cosa. Essendo nata in sudamerica, posseggo entrambe i cognomi dei miei genitori, e quello di mia madre é scritto all´anagrafe prima di quello di mio padre. Ovviamente se mi ordino una pizza o riservo un tavolo al ristorante uso quello italiano di mio padre. Ma per i documenti ufficiali, sono costretta a scriverlo per esteso stó coso enorme che riempie ogni angolo del foglio.
Qua inizia il problema. Voi vi starete chiedendo ( spero) da dove provenga questo problema: forse dal fatto che il cognome sia troppo lungo? No. È straniero, questo é l´intoppo. Riassumendo, in 5 anni di liceo, mai nessun bidello ha saputo pronunciare il mio cognome. Era piú facile chiamarmi per nome, oppure utilizzare il pronome personale “tu”. Ecco dunque esposte alcune delle cause esterne che mi hanno fatto per tanto tempo interrogarmi sulla mia italianitá. La prima risposta é stata una specie di traduzione simultanea in parole di tutto il mio essere e delle emozioni che lo compongono,generata spontaneamente dal mio cervello ( che altrimenti resta spesso in stato di minoritá intellettuale volontario): l´italianitá siamo noi, i nostri sentimenti, il modo in cui la nostra testa e il nostro cuore reagiscono agli stimoli esterni. L´italianitá é un insieme di ricordi, di sensazioni, di odori, di colori e di sapori. L´italianitá é il sentirsi a casa in Italia, perché é questo che l´Italia per noi rappresenta: casa. Se chiamo mia madre e le dico “ mamma, stó venendo a casa, vienimi a prendere in aereoporto”, non é che mia madre parte e se ne va in Brasile. Mia madre vá a Fiumicino. Logico, no?
NO. Non é logico il mio ragionamento. Quello che il mio animo mi dice é sbagliato. L´Italia é una nazione appartenente all´Unione europea, uno Stato geografico semicircondato dal mare e confinante a nord con Francia, Svizzera, Austria e la Padania. L´Italia é una macchina burocratica lenta e ingiusta. l´Italia, é una parola vuota sulla bocca di tanta gente, che sembra prendere forma solo quando si tratta di definire ció che é estraneo, che é diverso e per questo meno prezioso. . L´Italia é una massa di gente per cui io sono e resto qualunque cosa faccia una straniera.
Questa, é l´Italia alla quale la gente la fuori vuole farmi credere.
Io peró sono piú furba e mi tengo stretta la mia.

Topic sul Forum

,

Comprare del prosciutto tra una “FISSION” e l’altra..

Signora età media 60 anni (portati male) al salumiere : “ehi in piazza stanno girando ‘na fiSSion (vuole dire fiction)”

salumiere “ah si?!”

sign :” eh si..c’era anche quello..coso come si chiama quello di Rivombrosa!”

salumiere :” Rivo.. rivo che?!..”

sign: ” ma si quello di rivombrosa!!!”

la signora si gira verso di me e mi fa : “come si chiama quello di rivombrosa?”

Io:”mmm non lo so non guardo i telefilm”

Sign:” ahhhhhhhhhhhhhhhh non sei italiana e quindi non guardi la tv perchè non parli italiano?”

Io: “NO veramente sono italiana, parlo ovviamente l’italiano ma non guardo le fiction!”

Sign: ” ‘mazzà parla mejo de me!”

Io : “beh se sono italiana come dovrei parlare?!”

salumiere : ” ecco signò becca e porta a casa.. ma signò siete sicure che non stavano giocando a poker e si scambiavano le fiches?!”

morale della storia: se faranno un test per verificare quanto si è italiani alla richiesta di cittadinanza questo verterà su tre filoni:
1) Amici    2) Elisa di Rivombrosa (su richiesta della signora)      3)Distretto di Polizia .

,

Come un essere sulla terra.

..chi glielo dice a lui che probabilmente non uscirà di lì, da quella prigione?
E come gli spieghiamo che tutto ciò di cui trattiamo, di cui leggiamo nei libri altro non è che una marea di parole che dovrebbero andare a creare una sorta di grande diritto internazionale, vagamente inclinato a proteggere gli uomini, proteggere gli uomini dagli altri uomini..
Come un uomo sulla terra,impotente,
solo,
lasciato in mano al proprio destino a vagare tra le onde di sabbia del Sahara..
imprigionato,venduto,
comprato.

Chi gli spiega che non ha colpa se ha voluto inseguire i suoi sogni,
che non ha colpa se pensava che qui avrebbe trovato AIUTO, RISPETTO, COMPRENSIONE..
chi glielo spiega che non può tornare indietro?

Come una donna sulla terra,
una donna sulla terra a cui premevano il ventre così forte, ventre gonfio dove dentro pulsa/pulsava una vita,
come una donna lasciata lì in quelle camerate insieme alle altre donne,
talvolta (spesso) presa e abusata come si fa con un pseudo fazzoletto con cui pulirsi il naso..
chi glielo spiega a lei?
Chi si scuserà con lei?

Nessuno.

Al massimo una volta giunti (se giungeranno) in questo limbo felice di terra,tutta mandolino,pizza e pulcinella, saranno “benedetti” ricevendo un permesso di soggiorno per aiuti umanitari. Ma nel mentre?
Tante volte non è dove vai a metterti paura, ma è il come ci vai,
tante volte non è il come arriverai, ma il se arriverai,
e molte volte è molto più facile non arrivare e dimenticare lì, restando inermi come bestie.

Come un uomo, come una donna sulla terra che però in quello stesso minuto che realizzano di essere sulla terra vorrebbero essere altrove.

Non è facile entrare in un mondo nuovo…

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=dUuyXj1mDpY[/youtube]

Concorso Breaking Stereotypes n°1:
NON E’ FACILE ENTRARE IN UN MONDO NUOVO
Istituto Superiore Vinenzo Capriolo di Leno (Brescia)
Regia:AlessandroBonini

I bambini vedono cose che gli adulti non sanno più vedere.

bambini.jpg

Scuola elementare, Badia San Salvatore (Toscana).

In classe la nuova maestra si presenta e chiede gentilmente a B. (8 anni): “Che bellina che sei. Tua madre è straniera vero?”.

La bambina candidamente e bellinamente risponde:

No. Non è straniera, è filippina.”

Quante volte vorrei che questa frase fosse venuta in mente anche a me che invece me ne rimanevo impalata e un pò offesa.