Archivi per la categoria ‘Racconti’

Perchè Amauri sì e io no?

giovedì, 3 dicembre 2009

Maganò scrive sul forumG2:

Come molti di voi sanno mi è stata rifiutata la cittadinanza italiana per matrimonio perchè non ho i requisiti per chiederla. No, non vi preoccupate, non mi sono rincretinita e non ho presentato una domanda che è stata verificata dall’impiegata di turno (se non fosse stata valida o se non ci fossero stati tutti i documenti non sarebbe stata accettata li per li), e non si sono rincretiniti in Prefettura accorgendosi dopo più di un anno che avevano fra le mani una richiesta non valida. Semplicemente i requisiti sono cambiati quest’estate allungando i tempi di matrimonio richiesti per chiedere la cittadinanza. I requisiti che c’erano non ci sono più.
La richiesta per la cittadinanza va fatta da capo.
Anche Amauri deve rispettare i nuovi requisiti. Ma nel caso di Amauri giá ci sono dichiarazioni sui giornali che la cittadinanza gli sará data prima dei mondiali. Ossia presenterá la domanda nella prima data utile immagino, ossia il 4 marzo 2010 e la cittadinanza gli sará data in pochi mesi. E allora mi chiedo, perchè a me in questo anno e mezzo non è stata data? I due anni che si aspettano sono il tempo massimo, non il tempo necessario. Quindi secondo la mia logica Amauri e io non siamo cittadini uguali per la costituzione, perche`nel mio caso si aspettano 2 anni dalla presentazione della domanda (se non di più) e nel suo caso pochi mesi.
Vorrei essere chiara, non ho nulla in contrario che Amauri prenda la cittadinanza se ne ha diritto, ma vorrei che il suo diritto fosse uguale al mio.
Speriamo che quando ripresentero la domanda la legge non ricambi, perchè se no dovrò ricominciare da capo un altra volta e così all’infinito.

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Questura: la saga continua…

mercoledì, 30 settembre 2009

21 Settembre 2009
Questa sarà un’altra delle mie indimenticabili date, un’altra macchia indelebile che porterò con me, in questa mia vita da figlia di immigrati, cresciuta in Italia. Già, un’intera adolescenza vissuta col terrore dei documenti, di girare fra comuni, questure, uffici immigrazione, prefetture, di preoccupazioni, di preghiere che tutto vada bene.
Sveglia alle 6.45, una veloce sciacquata e poi subito alla stazione a prendere il treno delle 7.24. L’attesa dell’autobus e poi alla Questura di Grosseto. Intanto mille domande scorrevano veloci nella mia testa: come sarebbe andata questa volta? Cosa sarebbe successo? Mi sarebbero uscite le lacrime come l’ultima volta? Tante, troppe le preoccupazioni. Arrivo in questura alle 8.35, una fila di decina di persone, 2 poliziotte allo sportello alla macchinetta per rilevamento impronte. Mi siedo e aspetto. Le gambe cominciano improvvisamente a tremare, le mani si chiudono in pugni stretti che cercano di scaricare la tensione, intanto tutta l’energia si accumula all’altezza dello stomaco, un ammasso gigantesco simile ad un ordigno pronto a scoppiare. Brividi, continue scosse in tutto il corpo, i denti digrignano, sguardo nel vuoto, VULNERABILE, INDIFESA, SOLA in una stanza resa falsamente più accogliente dalle pareti color marrocino chiaro. Mi sento male, corro fuori, prendo aria e leggo sulla porta d’ingresso: sportello per stranieri aperto dalle 8.30 alle 13 e penso perché sono qua? Perché sono in una struttura per “stranieri”. Mi sentivo fuori luogo, sentivo il dovere e la necessità di andarmene eppure non potevo. Non potevo perché io, cresciuta in Italia enumeravo e enumero fra i cosiddetti “stranieri”. Sento una voce sopraggiungere da lontano: Zhanxing Xu…Tocca a me. Arrivo, consegno le foto, il passaporto e sorrido perché nei momenti difficili è l’unica arma che ho per non soccombere. “Pollice, indice, medio, anulare e mignolo, ecco le impronte della mano destra che vengono caricate sul pc, ora la mano sinistra, poi nuovamente indice destro e indice sinistro” fatto, veloce e indolore. Già, pochi secondi che rimangono sempre impressi nella tua memoria, nella tua esistenza, che sono fonte della tua rabbia e della tua disperazione, perché contro un sistema terribilmente ingiusto lotti, ma intanto sei costretto a seguire le sue regole.
Intanto chiedo alla signora quanto durerà il mio permesso e mi risponde 2 anni, facendo i calcoli dovrebbe scadere a Marzo 2011, dimentico solo che lo potrò ritirare a Novembre e sono già stata graziata. Ho scritto, ho pianto, ho gridato, sono andata a implorare, ho pregato che mi dessero un permesso valido per almeno 2 anni e così dopo 3 anni di attesa mi è stato concesso. Sono felice perché ora assaporo un po’ di libertà, quella che tutti dovrebbero avere: di muoversi, di viaggiare ed infine di progettare. In questi anni quanti “no” ho detto agli amici che mi chiedevano di partire, alle follie adolescenziali di andare in aeroporto e scappare lontano ed invece io ero qui, ostaggio di questa nazione, senza nessuna possibilità di scelta. Ora, forse, una piccola barriera burocratica l’ho superata. Esco dalla questura, mi volto ancora indietro a guardare e spicco in volo.
Intanto la mia mente viene bombardata di flashback, ricordo i miei 16 anni, quando entrai timorosa nella stanzetta e mi presero le impronte, dipingendomi la mano di nero, così anche i 17,i 18 e tutti gli anni a venire. Ricordo ancora quando la mamma mi svegliava alle 5 di mattina per andare in Questura ad aspettare al freddo fuori dai cancelli, perché bisognava fare le file e prendere il numerino. Ricordo l’orgoglio e la dignità di una bambina/ragazza ferita da qualcosa più grande della sua età, ricordo la forza e la durezza con cui ho reagito a tutto ciò. Ricordo soprattutto gli sguardi interrogativi delle persone: ma tu non sei italiana? Già, io non lo sono, io ho la cittadinanza cinese, ITALIANA SOLO DI FATTO, ITALIANA CON IL PERMESSO DI SOGGIORNO. Ricordo tutto, ogni singolo attimo, ogni singolo istante in cui mi hanno umiliata, in cui mi hanno fatta credere di essere “nessuno”. Sono amareggiata, rattristata per tutto ciò che in questi anni ho dovuto rinunciare per cause di forza maggiore, tuttavia non provo risentimento, né rancore verso l’Italia, nonostante ciò che subisco ancora tutti i giorni. E’ una lotta continua, prima di tutto con me stessa, con le istituzioni e con i pregiudizi e vincerò io presto, ne sono certa. 
Non posso votare, non posso partecipare ai concorsi, non posso fare determinati lavori, non posso fare richiesta per i viaggi studio e il mio permesso scadrà tra 1 anno e mezzo, ciononostante sono tranquilla, serena, in pace. 
IO NON POSSO FARE TANTE COSE MA POSSO VALERE MOLTO DI PIÙ .
Corro, guardo avanti e piango ma questa volta di felicità.

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Romano, de nome e de fatto

venerdì, 25 settembre 2009
Immagine anteprima YouTube

“Per una critica della cittadinanza: movimenti sociali e pratiche di riappropriazione. università RomaTRE – Master in Politiche dell’Incontro e Mediazione Culturale. 8 marzo 2008″

Fonte: YouTube
User: LucaBellino

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Promemoria: ricordati che non sei italiano

mercoledì, 12 agosto 2009

 di Sabrina (new entry)

L´italianitá di una persona non si vede dal viso. Non si vede né dalle mani, ne dai capelli e ne dal colore della pelle. Dobbiamo essere tutti mori? I mori ci sono ovunque…. Dobbiamo essere bianchi? I bianchi ci sono ovunque…Dobbiamo essere piuttosto bassini? Questo forse sí… no scherzo.
Insomma, questa famosa italianitá, da cosa si vede? Qualcuno mi farebbe il piacere di spiegarmelo? Scusate, non prendetela a male… È solo che io proprio non capisco .Vedete cari lettori, io ho un problema, lo stesso, che hanno tutte le persone che una volta postasi una domanda non lasciano stare finché non trovano una soluzione logica: la frustrazione di vedere che la soluzione trovata é, a quanto pare, sbagliata, non condivisa, rifiutata. Infatti io questa famosa soluzione logica al mio problema pensavo di averla trovata. Dico pensavo, perché poi le opinioni delle persone che mi circondano, le opinioni della maggioranza, mia hanno fatto dubitare del mio brillante sforzo logico-cognitivo-cerebrale…
Parlavo prima della cosiddetta italianitá e da quali fattori essa si possa evincere. Ora… io, nel mio piccolo ( che é molto piccolo se pensiamo che ho solo 20 anni, mentre le persone che gestiscono il nostro governo arrivano ben oltre gli anta)mi sono sempre posta questa domanda. Perché? Sono stata indotta dagli altri a farlo. Essendo italiana, io non ho mai pensato di dover motivare questo mio…. chiamiamolo “sentimento nazionale” a nessuno, capite? Quando voi avevate 7 anni, vi siete mai interrogati sulla vostra nazionalitá?Penso di no. Bene, io l´ho fatto, e non per una spontanea ( e legittima ) curiositá, bensi per cause esterne. La prima causa che riesca a ricordarmi risale ai mondiali di calcio del´94, quando la squadra italiana si scontró con quella brasiliana. Ricordo, anche se alquanto vagamente ( vista la tenera etá di 5 anni), che le persone mi domandavano : “ma tu per chi tifi , Italia o Brasile?”. Strano, ma la risposta non me la ricordo. Poi sono cresciuta, e le cose si sono complicate: “di dove sei?” , “ di Roma” “ davvero, ma non sembri italiana”, “mia madre é brasiliana”” ah, allora sei brasiliana”, “no, sono italiana” “allora sei nata in Italia?” “no, sono nata in Brasile, ma sono venuta a Roma quando avevo due anni” “certo certo….la sai ballare la samba?”, “ehm… no, veramente mi trovo in difficoltá anche a ballare la macarena”… , “ah… senti, e come mai sei bianca e alta? In Brasile non siete tutti scuri?”, “no, non sono tutti scuri in Brasile, scusa devo andare…a pettinare le bambole”. Seconda causa esterna: é difficile trovare un´italiana alta 1.81 e non proprio mora… Terza causa esterna: Il congnome. Ora apriamo un capitolo buio della mia esistenza. Dico buio inquanto avere quattro congnomi non puó certo essere definita pratica come cosa. Essendo nata in sudamerica, posseggo entrambe i cognomi dei miei genitori, e quello di mia madre é scritto all´anagrafe prima di quello di mio padre. Ovviamente se mi ordino una pizza o riservo un tavolo al ristorante uso quello italiano di mio padre. Ma per i documenti ufficiali, sono costretta a scriverlo per esteso stó coso enorme che riempie ogni angolo del foglio.
Qua inizia il problema. Voi vi starete chiedendo ( spero) da dove provenga questo problema: forse dal fatto che il cognome sia troppo lungo? No. È straniero, questo é l´intoppo. Riassumendo, in 5 anni di liceo, mai nessun bidello ha saputo pronunciare il mio cognome. Era piú facile chiamarmi per nome, oppure utilizzare il pronome personale “tu”. Ecco dunque esposte alcune delle cause esterne che mi hanno fatto per tanto tempo interrogarmi sulla mia italianitá. La prima risposta é stata una specie di traduzione simultanea in parole di tutto il mio essere e delle emozioni che lo compongono,generata spontaneamente dal mio cervello ( che altrimenti resta spesso in stato di minoritá intellettuale volontario): l´italianitá siamo noi, i nostri sentimenti, il modo in cui la nostra testa e il nostro cuore reagiscono agli stimoli esterni. L´italianitá é un insieme di ricordi, di sensazioni, di odori, di colori e di sapori. L´italianitá é il sentirsi a casa in Italia, perché é questo che l´Italia per noi rappresenta: casa. Se chiamo mia madre e le dico “ mamma, stó venendo a casa, vienimi a prendere in aereoporto”, non é che mia madre parte e se ne va in Brasile. Mia madre vá a Fiumicino. Logico, no?
NO. Non é logico il mio ragionamento. Quello che il mio animo mi dice é sbagliato. L´Italia é una nazione appartenente all´Unione europea, uno Stato geografico semicircondato dal mare e confinante a nord con Francia, Svizzera, Austria e la Padania. L´Italia é una macchina burocratica lenta e ingiusta. l´Italia, é una parola vuota sulla bocca di tanta gente, che sembra prendere forma solo quando si tratta di definire ció che é estraneo, che é diverso e per questo meno prezioso. . L´Italia é una massa di gente per cui io sono e resto qualunque cosa faccia una straniera.
Questa, é l´Italia alla quale la gente la fuori vuole farmi credere.
Io peró sono piú furba e mi tengo stretta la mia.

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Comprare del prosciutto tra una “FISSION” e l’altra..

martedì, 14 luglio 2009

Signora età media 60 anni (portati male) al salumiere : “ehi in piazza stanno girando ‘na fiSSion (vuole dire fiction)”

salumiere “ah si?!”

sign :” eh si..c’era anche quello..coso come si chiama quello di Rivombrosa!”

salumiere :” Rivo.. rivo che?!..”

sign: ” ma si quello di rivombrosa!!!”

la signora si gira verso di me e mi fa : “come si chiama quello di rivombrosa?”

Io:”mmm non lo so non guardo i telefilm”

Sign:” ahhhhhhhhhhhhhhhh non sei italiana e quindi non guardi la tv perchè non parli italiano?”

Io: “NO veramente sono italiana, parlo ovviamente l’italiano ma non guardo le fiction!”

Sign: ” ‘mazzà parla mejo de me!”

Io : “beh se sono italiana come dovrei parlare?!”

salumiere : ” ecco signò becca e porta a casa.. ma signò siete sicure che non stavano giocando a poker e si scambiavano le fiches?!”

morale della storia: se faranno un test per verificare quanto si è italiani alla richiesta di cittadinanza questo verterà su tre filoni:
1) Amici    2) Elisa di Rivombrosa (su richiesta della signora)      3)Distretto di Polizia .

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Come un essere sulla terra.

venerdì, 10 luglio 2009

..chi glielo dice a lui che probabilmente non uscirà di lì, da quella prigione?
E come gli spieghiamo che tutto ciò di cui trattiamo, di cui leggiamo nei libri altro non è che una marea di parole che dovrebbero andare a creare una sorta di grande diritto internazionale, vagamente inclinato a proteggere gli uomini, proteggere gli uomini dagli altri uomini..
Come un uomo sulla terra,impotente,
solo,
lasciato in mano al proprio destino a vagare tra le onde di sabbia del Sahara..
imprigionato,venduto,
comprato.

Chi gli spiega che non ha colpa se ha voluto inseguire i suoi sogni,
che non ha colpa se pensava che qui avrebbe trovato AIUTO, RISPETTO, COMPRENSIONE..
chi glielo spiega che non può tornare indietro?

Come una donna sulla terra,
una donna sulla terra a cui premevano il ventre così forte, ventre gonfio dove dentro pulsa/pulsava una vita,
come una donna lasciata lì in quelle camerate insieme alle altre donne,
talvolta (spesso) presa e abusata come si fa con un pseudo fazzoletto con cui pulirsi il naso..
chi glielo spiega a lei?
Chi si scuserà con lei?

Nessuno.

Al massimo una volta giunti (se giungeranno) in questo limbo felice di terra,tutta mandolino,pizza e pulcinella, saranno “benedetti” ricevendo un permesso di soggiorno per aiuti umanitari. Ma nel mentre?
Tante volte non è dove vai a metterti paura, ma è il come ci vai,
tante volte non è il come arriverai, ma il se arriverai,
e molte volte è molto più facile non arrivare e dimenticare lì, restando inermi come bestie.

Come un uomo, come una donna sulla terra che però in quello stesso minuto che realizzano di essere sulla terra vorrebbero essere altrove.

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Non è facile entrare in un mondo nuovo…

mercoledì, 8 luglio 2009
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Concorso Breaking Stereotypes n°1:
NON E’ FACILE ENTRARE IN UN MONDO NUOVO
Istituto Superiore Vinenzo Capriolo di Leno (Brescia)
Regia:AlessandroBonini

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I bambini vedono cose che gli adulti non sanno più vedere.

mercoledì, 14 gennaio 2009

bambini.jpg

Scuola elementare, Badia San Salvatore (Toscana).

In classe la nuova maestra si presenta e chiede gentilmente a B. (8 anni): “Che bellina che sei. Tua madre è straniera vero?”.

La bambina candidamente e bellinamente risponde:

No. Non è straniera, è filippina.”

Quante volte vorrei che questa frase fosse venuta in mente anche a me che invece me ne rimanevo impalata e un pò offesa.

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Strano, non straniero.

domenica, 28 settembre 2008

Ok, ciao a tutti! questa e’ la prima volta che scrivo in “prime time” …e volevo condividere con voi, che siete la mia seconda famiglia, i pensieri avuti qualche sera fa quando sono stato all’allenamento di basket e il propietario della squadra, un settantenne simpatico e semplice, al mio turno, voleva sapere i miei dati anagrafici per tesserarmi alla societa’…
Appena mi siedo accanto a lui, subito mi saluta amichevolmente e privo di malizia mi chiede: “senti, tu con i documenti sei in regola?” me lo ha chiesto con un tono, come se volesse aiutarmi, mi ha fatto piacere ma grazie a Dio non ho bisogno… Quindi gli rispondo: “sono italiano io”, subito dopo mi replica :”quindi hai il permesso di soggiorno e il resto tutto a posto”…io dentro di me ho pensato…”mmmh sara’ dura farglielo capire e… probabilmente non avra’ nemmeno capito che…Abba era italiano, magari non gli avra’ nemmeno toccato piu’ di tanto la notizia, visto che e’ anni luce lontano da queste faccende”…vabbe’, allora rispondo dicendogli :”si si, mio padre solamente e’ egiziano, mia madre e’ bergamasca”, cosi dicendo pensavo di averlo convinto, ma dubitavo…infatti, dopo avermi chiesto nome e cognome, mi ha chiesto il luogo di nascita…e gli ho risposto: “bergamo”… dopo tre secondi di arresto mentale, questo si toglie gli occhiali mi guarda e mi dice… “ma allora sei proprio italiano tu!” e io :” eh certo, e’ da mo’ che te lo sto’ dicendo!”. Alla fine della compilazione necessaria mi ridirigo verso i miei compagni di squadra per riprendere l’allenamento… guardo i tre senegalesi della squadra… penso a loro che sono in italia da qualche anno, quasi sicuramente ignari anch’essi al problema delle seconde generazioni…e intanto rimuginavo, pure loro vedevano Abba solo come un africano e quindi vedono me solo come un arabo…e simultaneamente mi rimbombava in testa l’esito negativo della sentenza di Samira Mangoud (sorella la vita e’ lunga, le vittorie arriveranno! e con piu’ soddisfazione!), allo stesso tempo mi e’ venuto in mente Alphius con la bandiera tricolore in mano che durante la manifestazione antirazzista ha discusso con un anziano che continuava a dirgli: “voi venite qui, voi fate cosi, voi di qui, noi, voi…”, intelligentemente Alphius lo ha messo a tacere guadagnandosi l’applauso dei curiosi e un raggio di benessere in quel clima di tensione……Una domanda che mi ha fatto mio padre qualche ora piu’ tardi intromettendosi nella cronologia di quella giornata:”se un nero avesse ammazzato un bianco? cosa sarebbe successo?” non voglio nemmeno pensarci… ok, smetto un attimo di viaggiare e riprendo l’allenamento, guardo gli altri miei compagni, quelli bergamaschi da generazioni, alcuni mi conoscono fin da piccolo, altri invece sono dei perfetti sconosciuti, ecco, proprio questi, cosa penseranno di me? sapete, sinceramente non so quanto mi possa importare, ormai sono 28 anni che mi sto allenando ad essere una seconda generazione, e’ stata dura… ora sono tesserato…la mia squadra deve solo vincere per farsi notare…dopo…le attenzioni ottenute dalle vittorie risponderanno ai quesiti…o meglio, li cambieremo i quesiti. FORZA G2!

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L’altra sera esco a bere una birra con gli amici.

lunedì, 1 settembre 2008

Strano ma vero ultimamente mi capitano queste uscite di gruppo con ragazzi cinesi, sempre seconde generazioni come me, e le sensazioni che provo sono conflittuali. Da una parte mi trovo rappacificato con il mio -io- sapendo che non dovrò preoccuparmi di probabili gaffes, battute infelici, picchi d’insensibilità e dolori vari che possono procurarmi i cari amici indigeni (ve vojo bene eh), d’altro canto avere gli occhi dei giovani romani puntati sulla schiena (quanti cinesi!) procura uno spiacevole brivido, come se il vostro cane vi stesse leccando la pianta dei piedi.
Da bravi capitolini impossibili da svezzare arriviamo a San Lorenzo piuttosto sul tardi, prossimi alla chiusura del recinto della nuova piazzetta, ci prendiamo una birra e andiamo al tavolo da ping pong trascinati dall’entusiasmo di due amici desiderosi della sfida. Con gran dispiacere il ragazzo che si occupa del tavolo ci dice che le prenotazioni sono chiuse, per cui rinunciamo.
Io, mr. X, Y, Z e W (che fantasia né?) ci sediamo in mezzo alla piazza sorseggiando birra e parlando del più e del meno, quando un ragazzo si avvicina e ci invita a sgomberare perché è tardi ed aggiungendo un  “avete vinto tutto voi, le olimpiadi eh?”. Fitta al petto. “Si conquisteremo il mondo” risponde repentino mr. X alle mie spalle, ma il tipo se n’era già andato. Da li in poi per tutta la serata mi è roso il groppone.

Ovviamente sono contento di come siano andate le olimpiadi, mi sono divertito molto a guardare le gare, ma anche se la Cina ha vinto così tanto, la voglia di andare a sbandierarlo ai quattro venti non ce l’ho. Forse non ce l’ha nessuna seconda generazione cinese o forse si. Forse sin da piccolo per consuetudine mi sono abituato/ci siamo abituati  a non alzare ancora di più il solito muro di divisione, per questo motivo sento molte seconde generazioni che non sanno chi tifare durante i mondiali o tifano due nazioni. O forse è sempre la vecchia questione del vuoi più bene a mamma o a papà? Fatto sta che le parole di quel ragazzo mi hanno fatto proprio rodere il culo. A voi capire il perché.

Pardon moi pour le francesism.

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