POLITICHE DI BUON SENSO SULL’IMMIGRAZIONE
di Maurizio Ambrosini 16.12.2011
L’immigrazione resta uno dei temi più incandescenti e più difficili da affrontare della politica italiana. Ma la semplificazione dei percorsi di cittadinanza è indispensabile per consentire una effettiva integrazione sociale. A partire dall’introduzione dello jus soli e del voto alle amministrative ai residenti stranieri. Anche perché i lavoratori stranieri in Italia pagano tasse e contributi alle casse dell’Inps. Il governo Monti ha già dato segnali di svolta rispetto al recente passato. Otterrà risultati adottando un approccio pragmatico.
Tra le scelte qualificanti del governo Monti compare la delega sull’integrazione ad Andrea Riccardi. Qui certamente si coglie una svolta, di linguaggio e di approccio culturale, rispetto al governo precedente. Più volte, poi, il presidente Napolitano ha incitato governo e parlamento a riformare le norme sulla cittadinanza, in favore dei minori nati in Italia da genitori immigrati. Vorremmo quindi provare a suggerire qualche pista di lavoro al nuovo esecutivo, pur sapendo che il tema resta tra i più incandescenti e dunque difficili da maneggiare.
SEGUIRE UN APPROCCIO PRAGMATICO
Per questa ragione, il primo suggerimento è quello di adottare un approccio minimalista, pragmatico, scevro di quelle ambizioni di grande riforma che hanno condotto alla sconfitta il ministro Ferrero all’epoca del secondo governo Prodi. Più il nuovo governo riuscirà a depoliticizzare le questioni, a porle sul piano del buon senso, della soluzione di nodi pratici, maggiori saranno le possibilità di coagulare una maggioranza sufficiente nei delicati passaggi parlamentari.
Partiamo allora dalla questione sollevata dal presidente Napolitano, che sarà prevedibilmente al centro del dibattito nei prossimi mesi. Il problema è serio: le norme italiane sono le più restrittive dell’Europa a 15, dopo che la Grecia ha riformato la propria legislazione. Pensare di formare dei buoni cittadini lasciandoli fuori dalla comunità non appare una politica sensata. Ma i minori nati qui sono quelli relativamente avvantaggiati, a patto che non si muovano dall’Italia per più di tre mesi: a 18 anni, fino al compimento dei 19, possono chiedere e ottenere la cittadinanza. I problemi maggiori riguardano i ragazzi ricongiunti, fosse pure all’età di un anno, e quelli che per un certo tempo si allontanano dal territorio nazionale, tipicamente per essere accuditi dai nonni: ricadono nella norma generale dei dieci anni di residenza, più i tempi di esame della pratica. Dunque, l’intervento di riforma dovrebbe puntare soprattutto a concedere la cittadinanza a coloro che hanno frequentato almeno cinque anni di scuola in Italia, eventualmente tra i 13 e i 18 anni.
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CITTADINANZA E DIRITTO DI VOTO PER L’INTEGRAZIONE *
di Andrea Stuppini 15.12.2011
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I NUMERI DELLA CITTADINANZA
Il numero dei cittadini stranieri che ottiene ogni anno la cittadinanza italiana è ancora molto limitato e lontano dalla media europea, seppure in crescita.
Nell’ultimo decennio, confrontando il numero di acquisizioni di cittadinanza e il numero totale dei residenti stranieri, risulta che solo una persona straniera su 100 (per un totale di 260mila) ha acquisito la cittadinanza italiana.
Il rapporto Eurostat relativo al 2009 (uscito in questi giorni), ha evidenziato come nell’Europa dei 27 l’acquisizione di cittadinanza sia in aumento: nel 2009 sono state 776mila le persone che hanno acquisito la cittadinanza negli stati membri, contro le 699mila del 2008.
Confrontando il numero di cittadinanze assegnate con il numero dei residenti stranieri dei Paesi, le percentuali più alte sono state raggiunte in Portogallo (5,8 cittadinanze ogni cento stranieri), Svezia (5,3), Regno Unito (4,5). La media europea è del 2,4 e l’Italia è al di sotto, con l’1,5.
Nel rapporto con la popolazione residente, le percentuali più alte sono state raggiunte in Lussemburgo (8,1 cittadinanze ogni mille abitanti), Cipro, Regno Unito e Svezia. La media europea è di 2,4 cittadinanze ogni mille abitanti: per l’Italia il rapporto è di uno a mille.
Sulla situazione italiana possono essere utili tre osservazioni.
La legge 91 del 1992 è una delle più rigide in Europa, in particolare per i minori nati in Italia, che sono oggi circa 600mila: potranno fare domanda solo dopo il compimento del diciottesimo anno di età (entro un anno dal compimento) e dimostrare la continuità del soggiorno regolare in Italia, sin dalla nascita.
Con la legge 94/2009 (il “pacchetto sicurezza”) la richiesta di cittadinanza per matrimonio non è più possibile dopo sei mesi, ma dopo due anni dalle nozze; provvedimento giusto che tuttavia ha fatto sì che negli ultimi due anni per la prima volta le richieste per matrimonio fossero superate da quelle per cittadinanza, che prevedono dieci anni di residenza in Italia.
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