E-lezioni

ORRORE! L’ignoranza dilaga e i più furbi manipolano le menti dei più deboli. Da che il mondo è mondo.
Una breve premessa. Presso l’ambasciata di una delle comunità di stranieri più numerose in Italia è possibile registrarsi per votare a distanza. Ti fanno una foto digitale, ti prendono l’impronta pure quella digitale del tuo pollice destro (i polpastrelli degli immigrati continuano ad andare per la maggiore) e poi ti sfornano una fiammante tessera plastificata con la tua faccia e la tua impronta.

Qualcuno, abituato al completo disinteresse per la politica di casa di questa popolosa comunità si è insospettito per il quasi impercettibile incremento delle registrazioni in questi ultimi giorni. Questo qualcuno ha indagato con discrezione e ha scoperto che molti credevano che la registrazione desse diritto al voto anche alle imminenti elezioni politiche italiane.
Poveri illusi forestieri. Ho pensato. Ma quale diritto al voto!

Questo potrebbe essere già il punto. Invece no (anzi non solo). Il punto è un altro.
La falsa voce che la tessera digitale desse diritto al voto si è sparsa alla velocità della luce fra la comunità, fino a raggiungere le avide e selettive orecchie dei loro datori di lavoro.

Quel qualcuno, di cui accennavo prima, ha deciso di andare un po’ più affondo nella questione. E ha scoperto che chi si voleva registrare per queste elezioni in Italia, non era spinto da improvviso senso civico ma dal volere del datore di lavoro: "mi ha mandato lui, perché voleva che votassi anch’io Berlusconi". Forse, scambiandolo per un ordine, è andato.

Pur non volendone fare una questione politica, questo è troppo anche per essere una di quelle rare eccezioni che non fanno la regola. Ma forse il vecchio detto non ha già più senso.

“Are you coming home?”

Quanti di noi si sentono di tornare a casa quando tornano al paese d’origine?
A volte mi chiedo cosa sia "casa". Forse la famiglia, i parenti, la terra, gli amici. Sinceramente: bho`. Sento sempre un po’ di disagio quando la mia mamma mi chiede se quest’anno torno a casa… un luogo lontano, dove non mi sono mai fermata per più di tre mesi.
Io mi sento a casa qui, non là. Ma la mia famiglia è là­, e non qui.
In inglese c’è un’immensa differenza fra "house" e "home", peccato che non mi venga in mente l’equivalente italiano.

Piedi e fuochi

5 ore e mezza di fila.

I piedi indolenziti, un effetto. Il rinnovo del permesso di soggiorno, la causa.
Eppure non è il peggiore dei rinnovi che può capitare. Qualche anno fa, testimoniano i miei improvvisati compagni di sventura, si dormiva fuori dal commisariato per poter arrivare in tempo all’agognato posto utile. In un altro municipio di Roma(il settimo…e non faccio nomi) la situazione è animalesca: se si vuole il rinnovo, si deve fare la fila ancora di notte.
Magra consolazione se si pensa che ho un permesso di soggiorno per motivi di studio e devo rinnovarlo al massimo ogni anno. E sottolineo al massimo.

Ma questa trafila taglia-secondegenerazioni, appioppandoci un pds per motivi di studio, è stata pensata così perché i signori che l’han ideata e i signori che la condividono pensano che NOI siamo come il fuoco? E per limitarci e cercare di spegnerci han messo queste porte? Forse non capiscono che noi potremmo essere una grande risorsa per il Paese?Con il nostro ardore?

Siamo gli eroi di oggi o i cattivi dei vecchi romanzi?

I libri e non solo le parole di chi ti è vicino o vuole starti lontano, provocano riflessioni sull’identità. Mi sembra che sempre più anche i libri per ragazzi (e non solo) abbiano come protagonisti eroi "meticci", nel senso di appartenenti a più mondi, culture, identità , ecc. Non è così per esempio lo stesso Harry Potter, figlio di una "babbana" e di un "nato mago"? Che per i parenti umani deve vivere come un orfano abbandonato ma che a ben vedere può essere un salvatore, o addirittura "il prescelto". Quando ero io ragazzina cercavo tanto simili personaggi, che mi sembravano mancare nei romazi classici di avventura dove al massimo finivano per fare i cattivi di turno, gli impuri, confusi e degenerati. Forse perché l’appartenenza a più mondi è diventata solo con il trascorrere del tempo e della storia un valore? Forse perché oggi siamo sempre più orgogliosi di mille appartenenze? Anche se sempre tanti continuano a ragionare solo per differenze inconciliabili e purezze illusorie…

Omicidio alla cinese

La vittima: 29 anni, donna, cinese. 

Gli aguzzini: 18-21 anni, ragazzi, cinesi.
Luogo del delitto: Roma, Esquilino.
Il giornale "Metro", edizione romana, che di solito dedica alle notizie più importanti non più di mezza pagina, ha lasciato posto alla notizia addirittura una intera facciata, con tanto di intervista a una donna cinese, dell’associazione A.M.I.C.I..
Tanto per confermare che ora come ora parlare del "Cinese" va di moda, non importa se bene o male, l’importante è parlarne, a volte sapendone ben poco o nulla, che "tanto sono tutti uguali!". Sì, ‘sti cinesi sono talmente silenziosi che non avrebbero mai il coraggio(?), la voglia(?) di reagire a maledicenze! E poi non distinguono neppure la "r" dalla "l", figuriamoci se sarebbero capaci di scrivere una lettera indirizzata a un mezzo mediatico!
La spiegazione più plausibile che si potrebbe dare all’omicidio è che questi giovani sono atterrati in Italia probabilmente quando già eran grandicelli. Nei paesini dello Zhejiang (provincia dove sono nati e luogo di emigrazione) i giovincelli vivevano agiatamente, magari sulle spalle di un genitore all’estero. Non avendo niente da fare, si organizzavano in bande per farsi la guerra, con tanto di malmenamenti e zuffe dove ogni tanto qualcuno restava accoltellato.
Poi un giorno i genitori avevano deciso che i loro figli dovevan venire da loro. Ed erano venuti.
Purtroppo l’Estero non è la Cina, per campare bisogna sacrificarsi e lavorare e per loro deve essre stato un trauma. E i giovani forse non l’han mai capito che bisognava sgobbare, o l’avevan capito ma si erano strasfregati.
Poi la storia va da sè, con l’invidia per i compaesani che fan soldi a palate, la crescente consapevolezza di non avere niente e soprattutto la voglia di non fare niente. Perché non eran abituati. Al lavoro.

Quando l’immortalità è un dono comune

Luoghi comuni: cinese sgobbatore, cinese ristoratore, cinese chiuso, cinese che usa la concorrenza sleale e…cinese immortale. A quanto sembra, cito Federica Angeli, del quotidiano "la Repubblica", in un articolo sulla sezione "cronache di Roma", i cinesi non muoiono mai. Ella ha scoperto, dopo le sue lunghe e travagliate ricerche (eh sì, si vede che sta molto simpatica ai suoi sicuramente tanti amici cinesi, che sicuramente l’avranno aiutata a far luce su un mistero così fitto ), che nel comune di Roma, "l’unico cinese morto è un uomo cremato tre anni fa".
Povera signora Angeli, i suoi sicuramente tanti amici cinesi (e dopo questo articolo ne avrà ancora di più), forse non le hanno detto che i cinesi non appena hanno problemi di salute, tornano immediatamente in Cina, dove:
1)si possono far capire.
2)si possono fidare( anche se devono pagare a peso d’oro).
Anche a costo di contrarre debiti, tornano nella madre patria, dove la medicina tradizionale non ha nulla da invidiare alla medicina dell’occidente. E poi se il male è veramente incurabile, amen e pace all’anima sua. Ma almeno si muore nella propria terra natia.
Poi come potrebbe (non) morire un cinese? Allora vediamo…morte violenta, vecchiaia, incidenti…
Per il primo e il terzo quesito si è già risposta da sola smentendo la tesi dell’immortalità dei cinesi, ma poi, dulcis in fundo, ha tirato fuori dal cilindro una affermazione da incorniciare che recita più o meno così: un cinese che torni nel suo paese per morire è pura leggenda! Ma lei, non sa che i cinesi, nella loro infinità (e riconosciuta) saggezza hanno un proverbio che dice: "luo ye gui gen". Che in due parole vuol dire: ogni foglia che cade torna alla radice. Si ricrederà?
Nella speranza che ella riesca veramente a farsi qualche amico cinese, sempre che ci tenga, un complimento particolare alla redazione romana de "la Repubblica" che ha definito "la provincia dello Zhejang una delle zone più povere del paese, feudo della mafia locale". Come a sputare sulla faccia del 90% dei cinesi d’Italia. Ah dimenticavo, Zhejiang si scrive così.

Sarà beata questa gioventù?

L’altro giorno, nell’angolo più puzzolente della stazione, ho visto un bel gruppo di adolescenti filippini. Birra in mano e spinello già perso negli occhi un po’ ebeti. Più o meno come sarei potuta apparire io qualche anno fa. Se ne vedono tanti dei loro coetanei italiani che barcollano nelle strade della capitale con i pantaloni a paracadute e il cappellino da baseball un po’ da rapper e un po’ da pierino e il lupo. Quindi perché soffermarcisi a pensare? In fondo che differenza c’è fra questi e loro? Eppure il triste quadretto mi ha spinto a fare un po’ di considerazioni.

  1. Strano che fosse un gruppo di ragazzi solamente filippini… (è come vedere un gruppo di ragazzi solo biondi e vestiti tutti uguali)
  2. Strano che queste seconde generazioni non si parlassero in italiano… (o forse è giusto così?)
  3. E se fossero arrivati in Italia giàda grandicelli (non so, metti a 13-14 anni) che fatica dovranno fare per integrarsi?!
  4. Forse bisognerebbe cominciare dai genitori, che siano loro la chiave di volta?
  5. Che differenza c’è fra una nuova generazione e una seconda generazione? (questa mi rendo conto che è un po’ criptica…)
  6. Possibile che il pensiero "ma che penserà la gente?" mi abbia trapassato subdolamente il cervello?

Quanto vorrei che a questo post rispondessero proprio loro…

Tanto per cominciare…

Sì, è un INFERNO. La burocrazia italiana è un INFERNO. Per lo straniero poi… è uno degli ultimi gironi. Se mettiamo che lo straniero in questione possieda il permesso di soggiorno per motivi di studio pur vivendo qui da una vita, bè…siamo proprio in bocca a Lucifero! Or dunque, la scoperta è recente, oltre alle innumerevoli cose che il cittadino straniero con status di studente, non può fare, c’è anche da annoverare questo: non può iscriversi all’ufficio di collocamento per lavoratori dello spettacolo. C’è una eccezione comunque: chiunque abbia una data di ingresso in Italia antecedente alla fatidica data 01/01/1990 si può iscrivere con qualunque tipologia di permesso di soggiorno. Chi è talmente sfigato (fra parentesi come me) da entrare un dì più tardi, s’attacca al tram.