• In: Articoli — G2 @ 11:49 pm

    di Lucia Ghebreghiorges

    Trattati come stranieri anche se sono nati in Italia, i figli degli immigrati chiedono passaporto e cittadinanza subito.

    Sono figli di immigrati venuti in Italia a cercare fortuna, nati nel Bel Paese o vissuti qui sin da bambini: si chiamano “G2”, seconde generazioni.
    Benché non intendano rappresentare altro che loro stessi, di fatto incarnano una realtà sommersa ma sempre più consistente di italiani: sono 491mila, senza contare i maggiorenni. Si tratta di un network di cittadini del mondo, originari di Asia, Africa, Europa o America latina, che hanno deciso di lavorare insieme su due punti fondamentali: i diritti negati alle seconde generazioni senza passaporto italiano e la loro identità, incontro di più culture.
    Nata a Roma l’anno scorso, G2 è composta soprattutto da ragazzi cresciuti nella capitale, ma ha un dialogo costante con le controparti di Milano, Torino, Napoli, Mantova, Bologna, Reggio Emilia, Prato e Genova. Quest’anno sono sorti anche il blog e il video G2, due strumenti collettivi di comunicazione per discutere di diritti, identità, amarezze e curiosità di una nuova generazione.
    Il primo luglio, a Roma, hanno tenuto il loro primo “workshop”, creando “un girotondo di sedie” che comprendeva non soltanto seconde generazioni di tutte le etnie, venute da ogni angolo d’Italia, ma anche amministratori pubblici (tra cui l’assessore per le politiche giovanili del Comune di Roma, Jean Leonard Touadi), ricercatori universitari ed esponenti delle associazioni.
    Un movimento fluido, aperto alle “new entry”, interessato a condividere i problemi, le inquietudini e le difficoltà, G2 ha un obiettivo molto chiaro: cittadinanza italiana subito per chi nasce e per chi vive da sempre in Italia. Senza se e senza ma.
    «Abbiamo creato un gruppo perché non vogliamo più subire passivamente leggi che condizionano le nostre vite senza poter dire la nostra – spiega Mohamed Tailmoun, G2 di nazionalità libica -. Per noi non esiste una legislazione ad hoc, che tenga presente il fatto che siamo cresciuti qui. Dipendiamo dalle stesse normative create per i nostri genitori. È come se fossimo appena arrivati in Italia». E invece da qui non si sono mai mossi.
    Non ancora associazione, ma per questo non meno efficaci nei loro propositi e nella struttura interna,  Mohammed, Alysia, Paola, Romano, e altri quaranta ragazzi hanno iniziato a incontrarsi nel 2004 alla stazione Termini di Roma, poi si sono dati appuntamento nelle loro case, finché, quest’anno, sono “emigrati” in un blog ormai punto d’incontro con i G2 delle altre città. Sempre in occasione del workshop, “i nuovi figli d’Italia” hanno presentato anche un video che convoca, con la semplicità dell’identificazione, anche chi, prima di incontrarli, non sapeva di essere un G2. E se ci fossero ancora dubbi, basta fare un salto su www.secondegenerazioni.it.

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