2007/06/30 – G2 [Dweb Repubblica delle donne]
Società
Samira, Mohamed, Qifeng… Sono la seconda generazione dell’immigrazione. Crescono tra più culture, ma si sentono e vogliono essere italiani di Paula Baudet Vivanco e Carlo Moccaldi
Malika, il volto incorniciato dal velo islamico, ride ancora più forte al ricordo di quella volta che l’hanno scambiata per una suora. Mohamed Tailmoun, mediatore sociale di origini libiche e musulmano non praticante, sfoggia una maglietta con la scritta "W Torpignattara". Qifeng ha un accento romano che lo rende più esotico dei suoi occhi a mandorla e Samira guida per le strade di Roma ascoltando Martin Niviera, il "Gigi d’Alessio delle Filippine". Ecco i G2, la "seconda generazione dell’immigrazione", i figli dell’Italia multietnica, che nascono e crescono tra più culture. "Ma per favore non chiamateci immigrati", dice Mohamed, "visto che nessuno di noi è emigrato volontariamente ma solo per scelta dei genitori. Molti non hanno mai visto il loro Paese di origine". Li incontri ogni fine settimana, a pranzo in un self service della stazione Termini di Roma. Seduti ai tavoli sopra la biglietteria. "Un ritrovo perfetto", ricorda Alicia Araujo, capoverdiana, "perché lo conoscevamo e potevamo raggiungerlo facilmente con la metro". E’ qui che due anni fa è nata la rete G2 – Seconde Generazioni (ma esistono anche altre sigle come Gmi per i musulmani d’Italia e Associna). All’inizio, soltanto un’idea e tre amici. Oggi sono centinaia in tutta Italia: tra i 17 e i 35 anni, originari di Filippine, Etiopia, Perù, Cina, Brasile, Marocco, India, Bangladesh, Iran, Senegal, Albania… Insieme si parla e i dibattiti sulla cittadinanza e sul futuro si animano davanti a un pezzo di pizza e una bibita. "Ma spesso si affrontano anche argomenti personali come i problemi di coppia", aggiunge Alicia. Poco distante dalla stazione un altro pezzo di società multietnica e un altro luogo di ritrovo: Piazza Vittorio con i suoi portici e i phone center bengalesi, dove i giovani G2 romani si danno appuntamento, magari terminando l’incontro con un aperitivo in un bar cinese della piazza. Chi non c’è fisicamente può aggiornarsi via Internet (www.secondegenerazioni.it), dove c’è spazio anche per qualche sfogo: "Ci trattano come se fossimo una marea aliena di terroristi o teppisti predestinati". Voci diverse che raccontano origini e religioni diverse: "Siamo musulmani, buddisti e cristiani come me", racconta Samira Mangoud, "ma anche atei e agnostici e ci sono persino ragazzi di origine latinoamericana che credono nel realismo magico". Ma anche storie così uguali che li fanno sentire uniti: i percorsi di vita, l’importanza dell’identità, gli ostacoli, il rapporto con genitori che pensano ancora con nostalgia alla loro terra. E soprattutto il legame con l’Italia. Che fa fatica a riconoscerli come propri figli. G2, Gmi e Associna rappresentano la parte più visibile di un fenomeno che sta crescendo velocemente. Per l’Istat, i bambini e i ragazzi di seconda generazione con entrambi i genitori stranieri hanno raggiunto quota 585mila. Erano 106mila nel 1996. E poi ci sono i sogni e le aspirazioni. Che spesso accomunano gli adolescenti a prescindere dalle origini. A rivelarli è un’indagine, "ITAGEN2", nata dalla collaborazione tra diverse università e la Fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità di Milano), che hanno ascoltato 10mila ragazzi italiani e altrettanti con almeno un genitore straniero tra gli 11 e i 13 anni. Si scopre che tra i figli degli immigrati è alta la consapevolezza di non poter fare tutto quello che è accessibile agli altri (il 64,5 per cento contro il 59,7), ma le speranze sono le stesse e non sono legate al mestiere dei genitori: al primo posto tra le aspirazioni dei ragazzi c’è il calciatore, poi il medico; le ragazze vorrebbero diventare insegnanti o parrucchiere. I più critici sono quelli che arrivano alla soglia dei 18 anni e, se non hanno avuto la cittadinanza, sono costretti a rinnovare il permesso di soggiorno. Raggiunta la maggiore età , infatti, vieni considerato un immigrato appena arrivato. "Io devo farlo per motivi di studio ogni sei mesi, ma sono in Italia da quando avevo 8 anni", racconta Qifeng Zhu, studente di Padova. "Così mi fanno sentire sempre e soltanto un ospite, non accettato". Qifeng è figlio e fratello di commercianti cinesi, ma ha preferito diventare il primo laureato in famiglia. Una decisione che i genitori non hanno ancora accettato del tutto visto che, pensano, "per lavorare e guadagnare non è certo obbligatorio un alto titolo di studio". E così si spera che la legge cambi. Perché ottenere la cittadinanza è un traguardo difficile anche per chi è nato in Italia e perché senza passaporto si resta tagliati fuori. Come nel caso di Dona Della Cruz, 26 anni, radici filippine: "Volevo iscrivermi al servizio civile volontario ma mi hanno risposto che era impossibile perché ero straniera". Mohamed Tailmoun non ha mai potuto votare. "Anche se ho 34 anni e vivo in Italia da quando ne avevo 5". A lui come ad altri è capitato di dover aspettare "fuori dal seggio elettorale, insieme ai cani" quando accompagnano fidanzate o amici. E poi c’è Samira Mangoud, nata a Roma 27 anni fa e figlia di una colf filippina e di un pizzaiolo egiziano. "Ho una laurea come assistente sociale e lavoro per uno sportello informativo sull’handicap del Comune di Roma. Dopo un contratto a tempo determinato me ne hanno fatto uno a progetto mentre tutte le mie colleghe hanno avuto più tutele. Non per mie incapacità professionali ma perché non ho ottenuto il passaporto e le leggi sono poco chiare. Così mi devo accontentare di meno soldi e garanzie e di fare causa al Comune per discriminazione. La situazione si complica ancora di più per i figli degli immigrati venuti alla luce nei Paesi di origine. Per loro le uniche speranze sono quelle riservate ai genitori: il matrimonio o la residenza. Alicia, nata a Capoverde da cui è partita quando aveva 8 anni: "La mia domanda è stata respinta anni fa per motivi di reddito", spiega. "Naturalmente conosco perfettamente la lingua e la cultura visto che ho fatto qui tutte le scuole fino alla laurea in lingue straniere". La storia cambia per chi ha in tasca il prezioso documento. "Anche i datori di lavoro ti guardano con altri occhi quando a sorpresa dimostri, carte alla mano, che sei uguale a loro", assicura Roxana Perlenche Garcia, radici peruviane. A marzo i rappresentanti dell’associazione sono stati ascoltati dalla commissione Affari costituzionali della Camera per discutere della proposta di riforma che per l’attuale maggioranza rappresenta uno degli obiettivi in tema di immigrazione. E alcuni loro suggerimenti sono stati accolti. A cominciare dal requisito del reddito che preferiscono non venga considerato per i figli degli immigrati: "Non si può pretendere che su un bambino ricada la responsabilità di avere genitori che non guadagnano abbastanza come se fosse una colpa trasmessa con il sangue". In attesa della legge nel blog e nel forum di G2 emerge un’altra inquietudine. "Abbiamo l’impressione che si stia creando un’immagine falsata dei figli degli immigrati", sostiene Mohamed. Per superare gli stereotipi, hanno realizzato due video in collaborazione con l’artista ecuadoriana Maria Rosa Jijon. Ingrediente principale: l’ironia. La stessa che è alla base di Yalla Italia (Vai Italia!), supplemento mensile del settimanale Vita: qui a ridere è un gruppo di giovani musulmani di Milano chiamati a raccontare la loro realtà. La rete ha inaugurato da poco anche il suo primo fotoromanzo: Apparenze. "Un’iniziativa interamente ideata e prodotta da noi, e rivolta innanzitutto ai giovani che, forse, faranno meno fatica ad andare oltre gli stereotipi", racconta Maya Llaguno Ciani, cervello dell’iniziativa. L’opera prima, che il Comune di Roma vorrebbe distribuire nelle scuole della città, segue i passi della giovane "black italian" Lucia e del suo gruppo di amici. La storia di un’Italia che, per dirla con un loro slogan, fatica a riconoscere i G2 come "diversamente uguali e ugualmente italiani".
Randa Ghazy Origini egiziane, è l’autrice di Oggi forse non ammazzo nessuno (Fabbri). La storia di Jasmine, 20 anni, che vuole vivere a Milano senza etichette. Come lei Nasci in una famiglia più o meno "normale", come tutti. Hai due genitori che ti assomigliano. O forse tu assomigli a loro. Cresci e impari la lingua del Paese in cui vivi se non fosse che allo stesso tempo la famiglia ti insegna la propria lingua madre, diversa dalla tua. Avverti sin dall’inizio che c’è qualcosa in te di leggermente diverso rispetto a tutti i tuoi coetanei. A casa inizi confusamente ad avvertire un substrato culturale che non corrisponde completamente a quello che apprendi a scuola. A ogni modo tutto è abbastanza sereno. Se proprio si vuole parlare di "trauma" è il caso di arrivare all’adolescenza. La presa di coscienza incombe (per tutti, d’altronde). Ma tu provi come un disagio impercettibile, una sorta di incertezza interiore, che formicolano e aspettano di uscire fuori. Perché è crescendo che inizi ad accorgerti che quelle piccole discrepanze si traducono in qualcosa di paradossalmente ancora più fastidioso. Sono handicap istituzionali, civici, sociali. Sono formalità , ostacoli burocratici. Perché non avere la cittadinanza italiana sebbene tu ti senta profondamente e irreversibilmente parte di questo Paese stona. Parecchio. Per dire: ti qualifichi come italiano, istintivamente. Ma non hai il passaporto italiano. Segui con interesse dibattiti politici. Ma non hai il diritto di dire la tua alle elezioni che decideranno chi governerà. Ha un senso avere la carta di soggiorno o un permesso di studio quando in realtà ti senti a casa? Inizi a sentirti come un corpo che galleggia stancamente sul bordo di acque che vorresti esplorare, scandagliare meticolosamente, ma che non ti sono concesse. Ecco, allora sai di essere un G2. Chiaramente il problema non sei tu, ma gli altri e la percezione che loro hanno di te. Quante volte ti fanno l’assurda domanda: "Cosa ti piace dell’Italia?". Una, due, tre milioni di volte. E che razza di risposta dovresti dare? La pastasciutta? Chi mai si sognerebbe di chiederlo a un qualsiasi ragazzo italiano? Nessuno, e a ragione. Perché non si può davvero spiegare cosa ti piace del tuo Paese, tu sai che lo ami e basta. E’ così. Per tutti i G2. Come per tutti gli italiani.

