Damiano Tommasi a G2 Parlamenta: “Chiederemo alla Federcalcio di introdurre lo ius soli sportivo”

“Chi è nato in Italia è italiano, in questo senso anche la Federazione deve fare un salto culturale in avanti. Ci proveremo, anche se sarà difficile” afferma il presidente dell’Associazione Italiana Calciatori, che però a G2 Parlamenta ricorda l’equiparazione tra italiani e stranieri, decisa lo scorso anno, nell’ambito del vincolo sportivo: “Quando fa comodo il modo di parificare le situazioni si trova”. Poi bacchetta la Figc sulla lotta al razzismo: “Siamo ancora fermi a trovare un simbolo, uno slogan. Serve invece una volontà reale nel combattere le discriminazioni. Bisogna essere gelosi del proprio sport, ma qui sembra che si sia gelosi solo del business”

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Roma – 19 settembre 2014 – “In attesa di novità dal Parlamento sul tema della riforma della legge sulla cittadinanza, chiederemo alla Federcalcio l’introduzione dello ius soli sportivo. E’ un discorso che va approfondito, ma penso che a livello di norme federali sia fattibile. Aiuterebbe l’integrazione, potrebbe essere un elemento in grado di far fare un salto di qualità al calcio italiano”. Così il presidente dell’Associazione Italiana Calciatori, Damiano Tommasi, intervistato da G2 Parlamenta, l’iniziativa di Rete G2 nata per raccontare il dibattito sulla cittadinanza.

Lo ius soli sportivo (già introdotto da altre Federazioni, come la Fidal, la Federpugilato e la Federazione Hockey) permetterebbe ai giocatori nati in Italia da genitori di origine straniera di non essere più soggetti ad alcuna discriminazione né a livello burocratico (nella presentazione dei documenti, ad esempio) né tanto meno ai fini dell’impiego nei vari campionati. Non sarebbe ovviamente possibile la convocazione in Nazionale, tema su cui è invece necessario aspettare novità dal Parlamento. “Nell’ultimo Consiglio Federale – spiga Tommasi – abbiamo discusso di quali provvedimenti introdurre per incentivare l’utilizzo dei calciatori italiani nei settori giovanili in funzione della Nazionale. Credo che considerare sportivamente italiano chi è nato in Italia da genitori stranieri, e non ha ancora la cittadinanza, possa agevolare anche in questo senso. Significa motivare a fare sport un atleta, che poi sarà sicuramente incentivato a scegliere la nostra Nazionale, una volta che avrà acquisito il passaporto italiano. Questa idea – dice il presidente dell’Aic – deve essere vista nell’ottica di un salto culturale, chi è nato in Italia è italiano e la Federcalcio in questo senso deve fare un passo avanti”.

“Lo ius soli era nel programma dei due candidati alla presidenza federale, Tavecchio e Albertini – ricorda Tommasi –  ma non so a cosa ci si riferisse in particolare, se si aspetta solo una legge da parte del Parlamento oppure si vogliono portare avanti delle proprie iniziative. Il calcio, quando vuole, infatti i suoi provvedimenti li approva“. E in questo senso Tommasi ricorda il caso del vincolo sportivo in ambito dilettantistico: “Dai 14 ai 16 anni i giocatori firmano un tesseramento che può vincolare alla società fino all’età di 25 anni. Una cosa che combattiamo fortemente. Per i giocatori con cittadinanza non italiana vigeva invece un regolamento diverso, ovvero li si vincolava stagione per stagione. Lo scorso anno, invece, si è deciso di equiparare il tesseramento degli stranieri a quello degli italiani. Dunque, per ciò che si vuole, il modo di parificare le due situazioni si trova”.

“Noi proveremo a far passare lo ius soli sportivo, ma sarà difficile” è però il pensiero di Damiano Tommasi, che parla anche della lotta al razzismo e della nomina di Fiona May, scelta da Carlo Tavecchio come capo della Commissione antirazzismo della nuova Figc: “Ci sono gesti simbolici che devono essere accompagnati dalla concretezza. Siamo ancora fermi a trovare un simbolo, una campagna, a cercare uno slogan. Bisogna invece avere la volontà reale di combattere il razzismo. Il problema – afferma Tommasi a G2 Parlamenta – è quello che sta alla base delle proprie decisioni. La scelta è combattere il razzismo oppure si vogliono limitare i danni? Personalmente ritengo che dovremmo essere più gelosi delle nostre passioni e del nostro sport e difenderlo meglio. L’aria che tira è che si è gelosi del business più che del resto. Tutto viene visto nell’ottica nei ricavi. Non bisogna aderire ad una campagna di lotta alla discriminazione perché se non lo fai dai una pessima impressione, ma perché ci si crede veramente. Purtroppo, temo invece che sia proprio questa la ratio che spesso sta base di certe scelte”.

Isaac Tesfaye – G2 Parlamenta