G2 – SEC. GENERAZIONI SU RIFORMA CITTADINANZA: “NON PEGGIORATE LA NOSTRA CONDIZIONE”

Roma, 22 dicembre – “Oggi a oltre 800 mila figli d’immigrati non solo non viene riconosciuto un diritto, ma viene, nonostante le aperture promesse nei precedenti dibattiti politici, “chiusa una porta con il lucchetto”. La Rete G2 – Seconde generazioni, da anni impegnata per una riforma sulla cittadinanza, più aperta nei confronti dei figli d’immigrati, non comprende gli inasprimenti contenuti nel testo dell’on Bertolini, che di fatto peggiora la situazione delle seconde generazioni. Nel testo, in discussione oggi alla Camera, è previsto che i figli d’immigrati ottengano la cittadinanza italiana a compimento dei 18 anni e dopo aver conseguito le scuole dell’obbligo con profitto. Si tratta di una formula che peggiore persino la legge 91 del 92, già considerata da molti superata e inappropriata ai tempi. La cittadinanza, in base a questo testo, pare più un premio che un diritto per chi è nato nel territorio italiano ed è figlio di stranieri. Non si considerano poi le seconde generazioni non nate ma cresciute in Italia, per le quali erano previsti percorsi agevolati, contenuti in diversi disegni di legge presentati fino ad oggi. A fronte di tutto ciò la Rete G2 auspica che l’iter del testo preveda un’apertura agli emendamenti relativi alla nostra condizione. Dopo lo scorso 18 novembre, in cui la Rete G2 è stata protagonista dell’iniziativa sulla cittadinanza alla Camera, si ribadisce l’appello ai Parlamentari affinché le seconde generazioni abbiano pieno diritto di cittadinanza. Oggi ancora di più, di fronte a un testo che non ci dimentica ma addirittura ci vuole “premiare con la discriminazione più totale”.

Discussion - 3 Comments
  1. j@strasmigrante

    dic 30, 2009  at 6:35 pm

    Da http://www.scuolaoggi.org del 29.12.2009
    L’articolo in pdf: http://www.scuolaoggi.org/system/files/farinelli.pdf

    QUALI DIRITTI DI CITTADINANZA?
    di Fiorella Farinelli

    Davvero irriconoscibile il ruolo che viene attribuito all’istruzione dal testo “Norme sulla
    cittadinanza”, uscito il 22 dicembre dalla commissione Affari Costituzionali e di cui la Camera
    dovrebbe cominciare a discutere dopo le elezioni regionali. Riconoscibilissima, invece, la mano
    della Lega, anche se il provvedimento porta la firma di Isabella Bartolini, parlamentare PdL.
    L’impressione è quella di ritrovarsi tra le mani una moneta falsa. Da diritto ( universale ) e da
    libertà (fondamentale ), scuola e formazione si ribaltano in qualcosa d’altro. Costrizione, misura di
    controllo, impedimento, allungamento dei tempi, forse anche strumento di assimilazione .
    Come è noto il testo, finalizzato a evitare che una campagna elettorale troppo ammorbata da temi
    razzisti regali altri consensi alle truppe di Bossi, liquida ogni proposta di riconoscimento dello
    status di cittadini ai figli nati in Italia da genitori stranieri. Sono 460.000 , secondo l’istituto di
    ricerca delle ACLI ( 67.000 solo nel 2007 ), affiancati dai molti arrivati in Italia prima dell’età
    scolare. Chi incontra i più giovani nelle aule scolastiche si rende conto di quanto sia poco
    lungimirante questa scelta. Dei danni che, subito e in prospettiva, possono venire dal costringere a
    sentirsi ospiti sotto esame, postulanti in sala d’attesa, figli di un dio minore ragazzi che non
    conoscono altro paese che il nostro, parlano da sempre l’italiano, hanno comportamenti e desideri
    fin troppo simili nel bene e nel male a quelli dei compagni italiani, vogliono con lo studio e con il
    lavoro farsi una vita qui, e migliore di quella dei genitori. Tra gli studenti di provenienza straniera,
    sono ormai il 35% i nati nel nostro paese, e si vedono. Tra le cartine di tornasole, l’indice di
    iscrizione ai licei , un tipo di scuola per lo più disertato dai ragazzi stranieri che finora hanno scelto
    piuttosto i tecnici e i professionali. Ma tra chi è venuto al mondo in Italia , ben il 22,1% sceglie
    l’istruzione liceale, 12 punti in meno rispetto agli italiani, ma oltre 9 punti in più rispetto a chi è
    appena arrivato o è qui da qualche anno 1. Dunque una realtà adatta, visibile e già pronta, su cui
    far leva per “temperare”- dice così il cauto linguaggio della migliore politica – con un parziale ius
    soli il finora incontrastato dominio dello ius sanguinis. Il diritto di chi abita, vive, studia, cresce dal
    primo giorno di vita con i nostri figli contro il diritto alla cittadinanza in forza della sola
    discendenza. Nel 1999 è stata questa la decisione della Germania. Da noi , dieci anni dopo, rifiuto
    totale.
    Seconde generazioni2, l’associazione di giovani stranieri che si batte da mesi per questo obiettivo
    ottenendo ascolto da più parti, presidente della repubblica compreso, non ha dubbi. Le nuove
    “Norme sulla cittadinanza” non solo negano il diritto ad essere riconosciuti cittadini a chi nasce in
    Italia, ma peggiorano la vecchia Martelli (legge 91/ 1992) perché ai già previsti requisiti per
    ottenere la cittadinanza ( residenza legale senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore
    età ) aggiungono “che abbia frequentato con profitto scuole riconosciute dallo Stato italiano
    almeno sino all’assolvimento del diritto-dovere all’istruzione e alla formazione” . Un’aggiunta
    inutile se fosse solo una replica di quello che già dice sul diritto all’istruzione il Testo Unico
    sull’immigrazione , e invece introdotta in nome di una logica ostile e punitiva che di quel diritto
    pare intenzionata a cambiare il segno. Che cosa significa, infatti, quel “con profitto” ? Nel
    sempreverde gergo scolastico equivale a non inciampare in bocciature, ripetenze, ritardi,
    insufficienze, interruzioni e discontinuità varie, le stesse che interessano una buona parte degli
    studenti italiani , tant’è che quasi 1 su 5 – chissà se la commissione Affari Costituzionali si è presa
    1 MIUR. La scuola in cifre 2008.
    2 http://www.secondegenerazioni.it
    la briga di informarsi – non arriva a conseguire quel diploma o qualifica previsti dal diritto-dovere
    in questione. Dunque alla domanda di cittadinanza bisognerà allegare la pagella ? Dunque sulla
    scuola e sugli insegnanti si rovesceranno responsabilità nuove ed improprie nella valutazione dei
    risultati degli studenti ? Potrebbero esserci insegnanti disposti a coprire deficit e lacune anche gravi
    per allontanare il rischio di guai ben peggiori di una bocciatura, ma anche insegnanti o scuole di
    tutt’altro e opposto avviso . Un disastro, in entrambi i casi. Lo sanno gli onorevoli del PdL che la
    valutazione scolastica è ancora largamente discrezionale ? Si rendono conto degli effetti negativi,
    sulla fiducia stessa degli studenti nei confronti dell’istituzione, che potrebbe derivare da una
    qualche connessione tra l’andamento scolastico e la cittadinanza ? Ma non è in questi cieli,
    evidentemente, che volano i loro pensieri. Sconcerta, fra l’altro, quell’”almeno”. O ignorano che il
    diritto/dovere si conclude nel ciclo secondario, o gli è scappato che, se fosse per loro, ci vorrebbe
    ben altro che un diploma o una qualifica professionale per poter aspirare a diventare cittadini
    italiani.
    L’istruzione come costrizione invece che come diritto compare anche nei “percorsi di cittadinanza”
    previsti per gli altri, quelli che non sono nati in Italia e che comunque non sono più in età scolare.
    Oltre ai soliti dieci anni di residenza legale e ininterrotta, al possesso della carta di soggiorno CE ( a
    sua volta condizionata dal possesso del permesso di soggiorno da almeno cinque anni e da un
    reddito minimo non inferiore all’assegno sociale ), al rispetto degli obblighi fiscali, all’assenza di
    carichi penali pendenti, a “un effettivo grado di integrazione sociale e al rispetto, anche in ambito
    familiare, delle leggi dello Stato e dei principi fondamentali della Costituzione “ ( come e da chi
    accertato non si dice, saranno forse le Questure ? ), si prevede l’obbligo di frequentare “un corso,
    della durata di un anno, finalizzato all’approfondimento della conoscenza della storia e della
    cultura italiana e europea, dell’educazione civica e dei principi della Costituzione italiana “. Non
    si parla, si badi bene, dell’apprendimento della lingua italiana, rinviato a non meglio precisate
    “attività di integrazione linguistica, culturale e sociale dello straniero e a cui lo straniero stesso è
    tenuto a partecipare” che dovranno organizzare Governo e Regioni ( la Danimarca è lontana, coi
    suoi tre anni di corsi gratuiti di lingua per i neo-arrivati ). Il corso è un’altra cosa, ha un altro
    significato, ed è delineato in modo tale da prefigurarsi più come un ostacolo al conseguimento della
    cittadinanza che come un sostegno all’integrazione. Un anno di attività formative continuative,
    intanto, è un onere evidentemente insostenibile per adulti che lavorano, spesso in condizioni e con
    orari tutt’altro che agevoli , e d’altra parte non è previsto che possa sgranarsi in tempi più diluiti
    perché non si può fare domanda di partecipazione prima che sia scoccato l’ottavo anno di residenza
    legale e continuativa (mentre l’Amministrazione si prende comunque 120 giorni, pari a 4 mesi, per
    verificare i requisiti di accesso). Inoltre, non si tratta di familiarizzazione culturale, ma di
    “approfondimento”, e con tali e tante materie, da presentarsi come un vero percorso di guerra. Non
    solo per le “nonne cinesi”, delle cui prevedibili difficoltà scriveva qualche giorno fa in un suo
    articolo Chiara Saraceno, ma anche di molti altri, stranieri e non solo. Si ribalta il tavolo, dunque:
    l’istruzione non è un diritto, non è un’opportunità di crescita e di interazione con la società in cui si
    è scelto di vivere, è impedimento, dilazione, costrizione e, probabilmente, altre complicazioni
    burocratiche. E si imbrogliano le carte, inventando qualcosa di poco fattibile per la stessa
    Amministrazione ( chi dovrebbe tenere questi corsi ? per quante persone l’anno ? con quali costi ? ),
    tanto per dare soddisfazione a una Lega che, se proprio deve accedere all’idea che gli stranieri
    possano diventare cittadini, li vuole sottomessi e ben ripuliti dalle culture di origine.
    Se ne discuterà più avanti, forse. E’ ampio oggi, anche indipendentemente da un’opposizione
    politica sempre timorosa e discontinua su questi temi , lo schieramento di chi non condivide, non
    ha paura di dirlo, fa di questi argomenti un discrimine politico e, prima ancora, di etica civile. In
    prima fila gran parte dell’associazionismo cattolico, scuole, università popolari, i tanti centri,
    biblioteche, circoli, mense in cui si insegna italiano per stranieri. Ma intanto lo schiaffo è arrivato a
    chi, anche all’interno della maggioranza, ha avanzato proposte di tutt’altro tenore. E ai tanti, ragazzi
    e adulti, che studiano , lavorano, vivono con noi. Non esistono neri italiani, si urla in tutti gli stadi
    del belpaese. La vergogna , e la cultura per reagire , dovrebbe essere più forte quando a dirlo è il
    parlamento.

    Fiorella Farinelli

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