• di  maganò 

    Quando mi chiedono di dove sei, non ho dubbi, nè problemi. Rispondo: “di Roma”. Anche se a Roma non sono nata, su questo i dubbi non ci sono. Sono di Roma.
    Il problema nasce quando mi chiedono: “Sei italiana?”
    Rimango lì imbabolata, sembro una deficiente di fronte alla domanda semplice, semplice e generalmente borbotto qualcosa come “è complicato”.
    Ovviamente bisogna vedere il contesto. Di solito me lo chiedono qui a Barcellona o gli italiani, che preferiscono parlare in italiano o altri (spagnoli e piu generalmente stranieri) perchè sentono un accento italiano sia in inglese che in spagnolo. Hahaha! Eh si, l’accento.
    Ma dire si, sono italiana non è un problema perchè non mi sento tale o perchè sono anche croata e tutta la storia dell’identitá. Dire si, sono italiana vuol dire trascurare ció che maggiormente mi influenza nel quotidiano, tutti i problemi del permesso di soggiorno, della mobilitá, delle scelte pesantemente condizionate, le restrizioni.
    Ma poi, neanche potrei dire si, lo sono, se poi effettivamente non ho la cittadinanza, non voto e non ho responsabilitá nella scelta dell’attuale governo.
    Mi avete capito? E voi come rispondete?

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    17 Comments

    17 Responses to “…come rispondete?”

    1. essendo i miei tratti somatici non propriamente autoctoni e bianco/caucasici, non mi capita mai di aver rivolte domande come “sei italiano?”.
      Mi capita molto più spesso di sentire la domanda “di dove sei?” A quel punto la confusione e l’indecisione è totale. Solitamente l’interlocutore vuole sentire il nome di qualche paese “esotico”, come Pakistan, India, Bangladesh, e questo non mi va più giù.
      Così ho preso, da un po’ di tempo a questa parte, a rispondere a rimbalzo con battuta mettendo l’interlocutore davanti alla stessa indecisione/confusione che inconsapevolmente esso ha provocato a me con la suddetta domanda; gli rispondo subito “sono di…Castello…provincia di Perugia”. A quel punto posso leggere sul suo volto l’insoddisfazione, perchè di solito la risposta è insoddisfacente e inaspettata. Se la risposta ha provocato evidente imbarazzo, sono io a riproporre la domanda “volevi sapere le mie origini?”, e rispondo con la risposta “giusta”.

      Ho notato curiosamente che spesso l’interlocutore italiano medio, al sentir parlare correttamente lingua italica, pone la domanda “i tuoi genitori sono italiani?”, da leggere come “sei stato adottato? (altrimenti non si spiega che parli italiano così bbene)”.

      La proporzione di ragazzi stranieri adottati da italiani non regge neanche lontanamente ad alcun confronto statistico rispetto alle seconde generazioni, quindi questa percezione e pregiudizio non ha ragion d’essere! (nelle soap operas italiche gli “esotici” sono sempre adottati?).

      Se mi chiedono/chiedessero “sei italiano”, rispondo/risponderei “si, credo di si, ma qualcuno pensa che non lo sia” (è successo!).

    2. cino ha detto, il

      tutta la scena si svolge a Berlino in Germania:

      attualmente lavoro in un ristorantino italiano come cuoco, proprio ieri mentre il mio capo serviva sulla terrazza due tetteschi gli fanno: “ma chi è che cucina?”
      -lui fa:”eh, o io o il ragazzo”
      -”ma non è italiano”
      -”si che è italiano, anche io la prima volta che ci siamo incontrati non lo sapevo, però questo vuol dire che anche l’italia sta cambiando”
      -”ma veramente?”
      a quel punto il capo viene da me e mi chiede la carta d’identità e gliela va a mostrare! ahahahah
      poi ritorna e fa: “hanno detto che stavi bene nella foto, molto man in black”

      fiumi di risate.

      per la cronaca il mio capo è una gran persona, un romano che è scappato a 17 anni qui a berlino ed è qui da più di 30, uno tosto ma soprattutto uno di quei vecchi romani, DE CORE.

      :D

    3. introduco che sono nato e cresciuto a bergamo e mi son trasferito di recente a roma…

      @ BERGAMO
      …quando venivo fermato dalla polizia per un “semplice” controllo dei documenti… mi “intervistavano” : LORO:”di dove sei?” e IO:”e’ scritto sulla carta”, LORO:”e allora come mai ha questo nome?” IO:”mio padre e’ egiziano”, LORO:”e la madre?” e IO “italiana…” e poi pensavo “che imporanza ha?”…poi amareggiati che sto in regola si inventano una scusa (o forse no) che son stato segnalato sospetto da persone che abitano qui…

      Invece gli altri curiosi, ovvero non forze dell’ordine: LORO:”di dove sei?”, e li pensavo: mmm, vorranno sentire qualche posto “esotico” o il paese esatto di provincia dove vivevo? allora li era una roulette… dipende dal concorrente che partecipava al mio quiz…dicevo egiziano, dicevo mio padre e’ egiziano, meta’ egiziano e meta italiano…allora (LORO) dicono:”si, si, ma volevo sapere dove vivi adesso…” e IO accontentavo.
      Invece se rispondevo dicendo il mio paese di provincia,(LORO) dicevano:
      “si si, ma intendo le tue origini”… e pure li era un casino. Alla fine mi ero deciso a dire a tutti che sono meta’ egiziano e son nato e cresciuto in provincia di bergamo…

      @ ROMA
      La polizia (gia’ due volte mi hanno fermato, e per la cronaca son tre mesi circa che mi son trasferito qui): “documenti prego” …li mostro, e tutto prosegue normale…non mi sembra vero! oppure leggendo la mia residenza son rimasti scioccati al pensiero della mia migrazione al contrario? intendo “da nord a sud”, forse, o forse son piu’ abituati alle seconde generazioni, lo scopriro’ solo campando…

      Invece gli altri: “ma tu sei italiano?” e io:”son di bergamo signora” e lei: “ma guarda! bravo bravo”, e io pensavo…”son stato proprio bravo a nascere a bergamo :)
      oppure: “ma tu sei originario di…?” e io: “son bergamasco” e lui:”ma come??? nun ce sta lavoro de lla’???”…oppure:”ah! bei ricordi bergamo”… e via dicendo…questi che penseranno? :)

    4. Io sono albanese. Non ho caratteri somatici dissimili da quelli Italiani. Quando mi chiedono “di dove sei” è una domanda posta in un contesto non discriminatorio.Infatti molti pensano che sono sarda oppure milanese oppure pugliese.Nessuna delle tre è vera,ovviamente. In Sardegna e a Milano non ci sono mai stata.Invece, ho vissuto per 10 anni in Puglia (adesso vivo nelle Marche).
      Io dribblo sempre dicendo dove vivo,e non di dove sono originaria.
      E’ inevitabile che l’italico popolo inizi a viaggiare con la fantasia quando pronunci la parola “albanese”. E a me non va giù. Non voglio essere catalogata nei loro stupidi stereotipi. Non voglio dire bugie, ma non voglio neanche essere presa per quella che non sono.

      Insomma,dire che sono albanese è troppo riduttivo.Sarò anche albanese ma sono anche un insieme di tante altre cose.Difficili da spiegare con un aggettivo.

      Anche se avessi la cittadinanza non direi di essere italiana.Perchè tale non mi sento.
      Sono i termini italiani ,troppo riduttivi per una società che si evolve. Non so, si dovrebbero usare definizioni come quelle americane “Afro-americano” etc etc

    5. Alfredo ha detto, il

      Sono nato ad Avellino, 41 anni fa. Mia madre era la “straniera“ a casa perche’ e’ nata a 100 km da li’… Sono cresciuto in una cultura fortemente identitaria, meridionale, irpina. Irpini i nonni, i bisnonni, e ancora e ancora indietro per almeno due secoli (una volta sono arrivato fino a circa il 1800 frugando tra cartacce e faldoni).
      Da 15 anni giro per il mondo, e il mondo ha girato dentro di me. La mia propria famiglia e’ composta da me, nato in Italia, dalla mia compagna, nata in Argentina, da un bimbo nato negli USA, e da un altro bimbo nato in Repubblica Ceca. Quando ho attivato l’assicurazione sulla salute per tutti noi, li’ a Praga dove viviamo (ma adesso vi scrivo da Buenos Aires) ed ho portato il nostro stato di famiglia l’impiegata ceca a cui l’ho dato ha cominciato a ridere ed ha chiamato una collega per mostrarle la stranezza, il caso, l’eccezione…
      Quando sono andato a Napoli per un documento del tribunale dei minori ho mostrato il mio passaporto italiano, rilasciato dall’ambasciata d’Italia a Dublino e rinnovato dal consolato d’Italia di Boston e zeppo di visti e timbri e sigilli vari dai quattro angoli del mondo. L’impiegata del tribunale lo ha guardato con uno sguardo d’odio, l’odio generato dal fastidio di dover pensare ad argomenti ai quali non si vuol pensare, e mi ha chiesto “Ma lei e’ italiano?” (credo che mi abbia dato del “lei“, perche’ in genere gli italiani quando si trovano di fronte a qualcuno che credono straniero usano il “tu“).
      Vi ho pensato, ragazzi della G2 italiana, in quel momento (e in tanti altri) e sono stato in silenzio per un attimo. In quel lunghissimo attimo ho pensato a cosa significasse quella domanda, quale insieme di valori comuni stesse cercando di appurare, in poche parole cosa significa essere italiano, etiope, argentino, americano. Ed ho pensato che in realta’ non sapevo rispondere a quella domanda, se avessi dovuto essere onesto la mia risposta avrebbe dovuto essere “Ma che significa, mia odiosa e infastidita signora, essere italiano? Lei lo sa’?”
      Era ovvio che in quella domanda si nascondesse qualcosa d’altro. Il passaporto non lasciava spazio a dubbi, era scritto chiaramente “Repubblica Italiana”. Quindi legalmente la domanda non aveva senso. Quella domanda in realta’ era “Ma lei e’ un purosangue o e’ uno di questi qui che adesso girano dalle nostre parti, mezzosangue e senza patria, di questi che adesso ci costringono a pensare a cosa significa essere italiano, a cosa significa quello che davamo per scontato, che ci portano visioni del mondo sconosciute?”. Una domanda terribile, razzista, fascista. O ti fidi del documento e mi lasci in pace, o non ti fidi del documento e chiami la polizia. Se ti fidi del documento e’ scritto li’ che il mondo e’ cambiato e che l’Italietta deve fare la sua parte perche’ ha preso dal mondo ricchezze e risorse che adesso il mondo le reclama, almeno in piccola misura. Anzi, quei documenti dovrebbero essere molto piu’ facili da avere: cittadinanza, diritto al voto, rappresentanza parlamentare.
      Dopo quel lungo attimo ho risposto “Si’, sono italiano” e nulla piu’. Forse avrei dovuto fare qualcosa di piu’, dirle quanto becera era la sua mente, quanto piccolo il suo mondo, quanto poco mi interessa essere riconosciuto da lei come parte della stessa comunita’, che io non mi sentivo parte di una comunita’ che la compredesse, ne’ lei, ne’ i leghisti, ne’ Berlusconi, ne’ Mussolini, ne’ Giusva Fioravanti ne’ Licio Gelli, che io mi sento parte della comunita’ italiana che comprende Gramsci, Pasolini, Fellini, Calvino, i partigiani, e con loro altri che portano nomi indiani, pakistani, americani, russi, etc etc etc. E invece non ho detto nient’altro che “Si’, sono italiano”. Per fretta, perche’ quella maledetta carta mi serviva in quel momento e non il giorno dopo. E anche perche’ quella nuova identita’ ancora non esiste, non ha una parola chiara per definirla, non si chiama “Giuseppe“ e via tutti capiscono di che parlo: “No, signora, non sono italiano, sono giuseppe”, “Ah, certo, ma come non ho fatto a capirlo prima.”.
      Ecco, finisco scherzando, perche’ alla fine e’ di idioti che parliamo, quelli che fanno quelle domande sono idioti ragazzi. Ma e’ quella parola che dobbiamo trovare, tutti, voi, io e quelli come noi.
      Vi adoro.

    6. grazie Alfredo….per aver condiviso con noi un così bel pensiero

    7. Kira ha detto, il

      Se il mio interlocutore non mi piace anche io gliela faccio un pò sudare la risposta “giusta”.. se posso lo lascio anche con il dubbio. Ma ultimamente, stanca di perder tempo, dico italo-filippina e lascio che l’altro si rassicuri riscrivendo nella sua testa la banale storiella di stereotipi e preconcetti (quella dove la furbacchiona di mia madre, sicuramente una G-olf, si sposa il vecchio ricco morente datore di lavoro, dandogli in cambio un ultimo sprazzo di gioia sessuale). E di conseguenza il mio interlocutore deciderà che in fondo io non ho colpa (!) e magari continuiamo a parlare. Ma poi succede che in genere è a me che viene il preconcetto e magari uno che è solo un povero ignorante mi convinco che sia un cretino.

      Però un pò mi chiedo.. perchè a noi sec gen in genere infastidisce che uno ci chieda di dove siamo? In realtà se parlo con qualcuno che ha un accento diverso da quello della mia città anche io penso o chiedo da dove viene il mio interlocutore.

    8. magano1 ha detto, il

      Bellissima risposta e riflessione Alfredo, grazie!

    9. @ Kira, chiedere “di dove sei/da dove vieni” ad una persona che ha un accento diverso da quello autoctono potrebbe essere legittimo, mentre lo è un po’ meno se viene chiesto ad una persona per il suo aspetto ma che parla la lingua italiana e/o lo stesso dialetto dell’autoctono o altro dialetto italiano.
      Non a caso a maganò chiedono se è italiana (per il suo accento, e l’aspetto che non dà risposte certe) anche all’estero mentre a me chiedono “di dove sei/da dove vieni”.

      Stra-ordinaria la leggenda della madre filippica G-olf!!!!!!! :- D

    10. Angela ha detto, il

      @ Kira “Se il mio interlocutore non mi piace anche io gliela faccio un pò sudare la risposta “giusta”..”

      Haha, anch’io facevo così!

      Questa è una di quelle domande che per un po’ di tempo mi ha ‘mortificato’ perché presupponeva una risposta secca, semplice, concreta. Una domanda semplice, un po’ come chiedere come ti chiami? Quanti anni hai? Invece per me era la domanda più complicata che potessero chiedermi, più di chiedermi cos’è seno o coseno, specialmente quando nasci in un posto e poi cresci in altri, ma finalmente penso di aver trovato ‘pace’.

      Poi da qualche parte ho letto che:

      “Voi non siete i vostri abiti,
      Non siete la vostra professione
      Non siete il vostro denaro
      Non siete la vostra nazionalità
      Perciò smettetela di identificarvi con queste cose che vanno e vengono”

      Quando ero piccola e vivevo a Bogotà e i miei cugini maschi avevano voglia di prendermi in giro o darmi fastidio, cominciavano con questa storia che io non ero una ‘vera’ colombiana perché ero nata a Panama e allora io ribattevo con altre “spiegazioni” puerili cercando di provare il mio essere assolutissimamente ‘’colombiana’’ e per niente panamense. Poi loro ribattevano con un lungo elenco delle cose che secondo loro la Colombia aveva in più rispetto a Panama e purtroppo io non potevo mai ribattere perché sapevo poco di quel paese visto che l’avevo lasciato quando avevo un anno. E poi se da quelle parti capitava che un adulto passasse, tipo mia madre e/o uno zio (che aveva vissuto anche lui a Panama) o mio fratello maggiore quel dibattito non finiva più, loro cominciavano a omaggiare/criticare Panama a seconda dei ricordi e a dirmi che io ero di ‘lì’, ma che ero anche di ‘qua’, loro sorridevano e poi ci mettevano anche del loro per prendermi in giro… Ma poi chiedevano ai miei cugini di lasciarmi in pace. Comunque era qualcosa che capitava di rado e come capitava quando parlavamo di calcio, delle bandiere e/o capitali del mondo. Poi a scuola una volta mi capitò, non so per quale motivo, che una compagna di scuola vedesse in un mio documento (forse voleva vedere la foto, boh) dove c’era scritto ‘nata a Panama’ e mi guardò sorpresa: “Oddio, ma tu non sei colombiana, non sei nata qui”. Allora la tranquillizzai dicendoli che ero anche colombiana e che anche mia madre e miei fratelli lo erano. Poi arrivata in Italia, mia madre voleva che entrassi con i documenti panamensi, perché la Colombia non godeva di una buona reputazione. Beh io a 13 anni mi rifiutai. Forse l’adolescenza, forse la voglia di andare sempre contro, boh. La spiegazione che diedi a mia madre era che facendo così la reputazione non sarebbe mai cambiata, si, c’era anche la storia della droga, ma c’erano anche Garcia Marquez, Botero, Shakira, Montoya (ex pilota F1) e che non dovevo vergognarmi di nulla, boh forse avrei dovuto darle ascolto, ma oggi non mi pento! Poi qui in Italia col passare del tempo la domanda cambiava a seconda del contesto e/o della persona che avevo davanti: ma tu sei italiana? Ma tu non sei italiana? Ma che origini hai? Ma tu sei nata in Italia? Ma da dove vieni? Ma sei di X posto? Seguito dal solito ‘interrogatorio’ a seconda di come rispondevo, che trovavo una vera ‘noia’. Poi però quando sono andata nei miei paesi di origine anche lì non appena aprivo bocca cominciavano: “ma tu non sei di qui, vero, hai un accento diverso”. E dopo dieci anni, i soliti cuginetti a dire: “ma tu ora sei italiana. Hai quell’accento come se stessi recitando o cantando, quella musichetta, hihi, dai parlami ora in italiano…” E io: “ma quale musichetta!? Di cosa parli?” Beh purtroppo è così, il mio accento in quella che dovrebbe essere la mia lingua madre è CAMBIATO! Mutato, modificato! Certe parole a volte mi venivano in italiano e loro: Che???. E come si dice questo o quello in italiano. E io: “Mamma mia baaaaaasta!” Hahaha.
      E poi i lineamenti del mio volto raccontano le ‘emigrazioni’ della mia famiglia, perciò non sono facilmente camuffabile tra gli autoctoni!
      Mio padre invece mi parla di Panama in continuazione, dei suoi pregi e difetti, ma mi dice che io sono più panamense che colombiana perché sono nata lì e non importa dove abbia vissuto. Mentre una mia zia paterna, carinissima, l’ultima volta che sono andata a trovarla, cercava di farmi conoscere il più possibile il ‘mio paese’, il suo cibo, i carnevali, le danze tipiche, mi portava in giro di qua e di là.
      Perciò ora rispondo: “nata a Panama e cresciuta in Colombia e Italia” E tutti mi rispondono con uno sguardo come se avessi detto che vengo da Marte. E loro: ma ora sei italiana? Quando sei arrivata qui?. E parte l’interrogatorio e se capita da quelle parti un qualche amico che mi conosce questi gli dicono: “Humm guarda che ormai è italiana!”, perché sanno quanto mi dia fastidio quando mi fanno il terzo grado. Insomma dà fastidio, e qui rispondo a Kira, perché a volte sembra che tu ogni volta debba raccontare la storia della tua vita e i tuoi fatti personali, magari a gente che forse in seguito non rivedrai e che però vogliono sapere, e hanno assoluto bisogno di saziare questa curiosità e poi magari alla fine tu non fai in tempo a chiedere a loro qualcosa. Poi col tempo ci fai l’abitudine e trovi un tuo equilibrio, ma è sempre una ‘rottura’!

      Tutto questo bla bla bla, per farvi capire che queste sono solo etichette che la gente, forse tutti noi, abbiamo bisogno di mettere altrimenti ci si sente ‘smarriti’ e/o ‘persi’, forse per inquadrare la persona a seconda della nazionalità, a seconda degli stereotipi positivi/negativi che si possano avere di quella nazionalità. Per me io sono di tutti e tre i posti, tutti e tre in modi diversi hanno condizionato la mia vita, i miei modi di pensare, il fatto che mi piacciano certi generi musicali invece che altri a seconda dell’umore e cose del genere. Tutti e tre i paesi hanno i suoi pregi e i suoi difetti, punto! Poi ci sarà SEMPRE qualcosa che mi renderà PIU’ o MENO italiana-colombiana-panamense agli occhi degli altri. Insomma ognuno ha i suoi parametri in base ai quali giudicare più o meno ‘l’appartenenza’ di un individuo ad una Nazione/ Popolo, come la lingua, la discendenza, l’essere nati in un certo territorio, religione, cultura, ecc. Ma sono io che devo trovare la mia ‘chiarezza mentale’, sono io che devo ‘tranquillizzare’ me e non gli altri! Certo, potevo appartenere ad un solo ed unico posto, invece che sentirmi straniera dappertutto…. Ma sapete che noia? E poi, così sono andate le cose! Certo, a volte potrò non capire le battute di alcuni amici italiani riguardo a cose che hanno vissuto da bambini, tipo la canzoncina di un certo cartone animato oppure rimanere perplessa a qualche altra battuta di un amico colombiano che faccia riferimento a qualche avvenimento di attualità per loro o a qualche gergo che usino solo a Panama, mah…. Questo vorrà dire che non smetterò mai di interrogarmi/ domandare e di imparare! Non lo so, per ora la conclusione a cui sono arrivata mi dà serenità! E questo mi va bene!

    11. Cino ha detto, il

      @Angela

      Ho apprezzato tantissimo quello che hai scritto perchè il focus è: serenità.
      E’ quello su cui sto lavorando anche io e penso proprio di averlo raggiunto ed acchiappato, ed è ciò che conta.

    12. Questo post è meglio di un trattato di sociologia! 8 – )

    13. Alfredo ha detto, il

      Per ahisma e per tuttii:

      D’accordissimo! Queste storie raccontate cosi’ sono assai meglio di un trattato accademico. Scriviamo un libro fatto di storie raccontate in questo modo! Credo che tantissimi ne abbiano bosogno, di scriverlo e di leggerlo. Il titolo perfetto mi sembra “Sei italiano?” Se non ce lo pubblica nessuno ce lo pubblichiamo da soli con “il mio libro“

      http://ilmiolibro.kataweb.it/?ref=barraloghi_hprep#

      Io credo che ci voglia orgoglio e coraggio di essere piu’ cose invece che una sola. Con la mia compagna da tempo ci stiamo interrogando sulla famiglia globale che siamo e su come stanno crescendo i nostri bimbi, che gia’ in partenza hanno due culture nel sangue e al momento una terza nel luogo dove viviamo e ad un certo punto dovranno prendere qualcosa dalla cultura globale che, diciamo, parla inglese (o chissa’ quando sarranno grandi loro, cinese mandarino…).

      Recentemente siamo arrivati ad una conclusione: le “persone globali“, diciamo per capirci, hanno molto in comune con le persone di talento, quelli cioe’ che hanno una marcia in piu’ gia’ nei geni e che qualcuno chiama “super-dotati“. Gia’ il linguaggio a proposito e’ assai sterile e specchio delle paure di chi conia queste parole. Ed e’ proprio qui il punto: la paura di chi ha una marcia in piu’. Questa paura ce l’hanno i “monocultura“, cioe’ persone che non hanno mai dovuto interrogarsi su nessuno dei parametri di giudizio che hanno semplicemente preso in blocco dall’ambiente circostante. Sono le persone piu’ pericolose in genere, perche’ ti fanno pagare il prezzo dello sforzo che gli fai fare controvoglia. Non mi dilungo, avrei tanto altro da dire, ma mi piace di piu’ leggere le altre storie, peccato non ne stiano arrivando altre…

      Una sola cosa vorrei dire ancora: le persone globali sono quelle che erediteranno il mondo e lo guideranno, molto presto. Guardate a cosa e’ accaduto negli USA… Percio’ siate orgogliosi e state pronti a prendere il comando! Le paure e i fastidi che ci si incollano addosso non sono i nostri, sono generati dall’occhio impaurito deglli interlocutori.

    14. Alfredo ha detto, il

      Scusate, ho scritto ahisma invece di ahimsa… pardon.

    15. El Persiano ha detto, il

      @ Angela… forte il tuo racconto e credo che i soli che potranno capirti sono… i/le G2, non sto scherzando… anche i nostri stessi genitori faticano, almeno nel mio caso restano perplessi quando entrano a conoscenza di alcune mie vicende.

      @ Alfredo… bella idea quella del libro, e’ da tanto che ci penso ad un libro cosi, ma da solo non mi va, quindi se si fa mi aggrego alla carovana, pero’ non a nome di G2. Che ne dite voi altri?

    16. magano1 ha detto, il

      @Alfredo mi piacerebbe ritrovarme nel leggere delle storie di questo genere (e anche per questo che scriviamo i blog ;) ), comunque è una idea carina.
      n capitolo su che lingua si parla a casa, hahaha! Mi immagino che la casa vostra è proprio una torre di babele.

    17. Alfredo ha detto, il

      @ magano1 C’e’ chi ci ha chiamati “le nazioni unite“… ;-) Altri, sia dalla parte argentina che italiana, che applicano una sola lente: tutta argentina, tutta italiana. Quelli che se la cavano peggio al momento sono i cechi che non capiscono come mai questi “turisti europei dell’ovest“ (la mia compagna, oltre che argentina e’ anche spagnola) continuano a girare dalle loro parti e pretendono di pagare tutto come se fossero cechi (quindi non si fanno fregare soldi come invece fanno spesso i turisti).

      Una proposta per fare dell’idea del libro qualcosa di piu’ che una bella idea (o wishful thinking, come dicono in UK): proporlo ad un giornale, ad es. Repubblica, che avrebbe una risonanza molto piu’ grande del blog e raccogliere cosi’ tantissime storie. Io, per parte mia, contribuirei con quella storia che vi ho raccontato o con un’altra, non avrei tempo di fare altro e credo lo stesso valga per tutti. Solo che ci vorrebbe qualcuno che scrive al giornale o si mette in cotatto con chi di dovere e “contratta“ la veste editoriale, il tipo di cosa etc.

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