• In: Articoli — Tag: — Boris @ 10:19 pm

    Che cosa sono le radici per una persona?
    Ho sempre creduto, quando ero piccolo, che discorsi sulle radici le proprie origini fossero un’idiozia, questo perché non mi sono mai sentito legato a nessun luogo, ho sempre ritenuto me stesso (buffo a sentirsi) una persona che vive in questo posto chiamato mondo, un cosmopolita.
    Quando ero piccolo e studiavo la storia c’era sempre qualcosa di strano in me, nonostante avessi sempre saputo/ritenuto che la storia (per il tipo di disciplina che è) fosse molto interessante, non l’ho mai studiata seriamente, non mi ha mai coinvolto seriamente, la ritenevo noiosa. Soprattutto se mi guardavo intorno ed osservavo il retaggio che essa ci ha fatto pervenire ai giorni nostri: un paese che è ancora imperniato su un sistema intellettuale che ruota sui vari ismi del passato, i vari fascismi e comunismi… politici che nel 2000 d.c. si contrappongono tra di loro accusandosi di essere fascisti o comunisti… non che non dia il dovuto rispetto alla memoria storica, sia chiaro eh.
    Adesso a distanza di anni capisco che quella storia non mi interessa, forse perché non la sento così mia… Recentemente parlando con alcuni amici Etiopi ed eritrei ho notato quanto loro invece si sentano legati a questa storia e di quanto questo influisca anche sulla loro vita quotidiana, di quanto tengano a ribadire la loro posizione riguardo a una cosa come il fascismo e di quanto si impegnino anche quando ci sono ingiustizie sociali legate a una cosa del genere. Io quando sento parlare di queste cose provo soltanto nausea…
    Ultimamente sto studiando storia politica ed economica dell’asia e ad ogni nuova cosa che leggo/scopro sento che entra nelle viscere sino in profondità, tutto ciò che leggo mi rapisce.
    Sarà questo ciò che chiamano "radici"? Non ne ho la più pallida idea….

    P.S. scritto da un cinese

    18 Comments

    18 Responses to “Studiare storia”

    1. Zanzo ha detto, il

      E’ una riflessione piuttosto personale. Forse trovavi la storia che studiavi noiosa perchè non eri maturo. Ora che hai una certa età hai capito che, mia supposizione, non è solo la storia che è interessante (a prescindere dalla storia di quale paese), ma anche la geografia, matematica, inglese…
      ps:prima dici che ti provi interesse per la storia, poi dici che la trovavi noiosa…che strano modo di ragionare ;-)

    2. samiretta ha detto, il

      è vero!! il mio primo scontro con questo pensiero è stato alle elementari mentre studiavo i viaggi di colombo e magellano, e quando scoprì che magellano era stato ucciso da i nativi filippini ero ancor di più incuriosita, cosi chiesi a mia madre di raccontami cosa sapeva della storia delle filippine e di comprarmi qualche libro che me lo potesse spiegare, chissà magari uno di quei nativi era un mio lontano antenato e non sapere per quale motivo uccise magellano non mi sembrava giusto!!! :)

    3. Alphius ha detto, il

      Secondo me le radici sono di certo anche questo, tutti noi abbiamo delle radici, tutti noi veniamo da un determinato contesto, ognuno di noi viene da una famiglia, da un villaggio, da un paese, da una nazione con determinate caratteristiche storiche e geografiche, ogni essere umano ha un prima e un dopo, dunque tutti abbiamo una storia e FACCIAMO PARTE della storia. È per questo che ora (ho finito il liceo da poco, e ti assicuro che la storia faceva venire la nausea anche a me!) più che mai credo che studiare la storia è fondamentale per ogni persona, magari quella della propria famiglia o quella del proprio villaggio, paese, nazione o addirittura quella del “mondo intero” (cioè quella che goffamente si cerca di insegnare nel percorso scolastico).
      Ma il punto è che (penso alla scuola ed in particolare alle seconde generazioni che ci passano) non sempre si studia la storia che ci riguarda, o che riguarda i nostri antenati, ma si studiano invece i soliti temi che, forse, partendo dall’eurocentrismo mettono tutto il resto in secondo piano. Dunque i soliti temi, da decenni e decenni i soliti temi! che per altro vengono sempre più trattati in maniera parziale, saltando gli argomenti c.d. “scomodi”. Beh.. stando così le cose non si può far altro che annoiarsi tremendamente e ,alle lunghe, provare DISINTERESSE! Insomma, secondo me di certo studiare la nostra storia non basta ad essere consapevoli delle nostre radici, ma sicuramente è un buon passo in questo senso.

    4. E pensare che la storia era l’unica materia che mi piaceva….
      Alphius for president!!!

    5. helly ha detto, il

      Penso che la storia che hai descritto sia da considerarsi solo una delle tante materie che BISOGNA studiare a scuola.
      Diversa è invece la storia vissuta dei nostri familiari, parenti, amici e conoscenti che vivono vicino a noi che possono tramandare i fatti vissuti da loro e dalle generazioni passate.
      Visitare i posti e conoscere i “luoghi” della storia, è per me ancora un’altra via fondamentale per cercare di conoscere la storia.
      Credo che unire un viaggio alla scoperta delle proprie radici e delle persone che ci circondano, di qualunque nazionalità esse siano, oppure apprezzare un racconto del vissuto, possano essere i modi più significativi per apprezzare o eventualmente criticare la storia scritta sui manuali.
      Allora in bocca al lupo boris, il lungo viaggio che ti aspetta sono sicura sarà entusiasmante!

    6. youness ha detto, il

      penso che le radici di una persona siano solo le provenienze al popolo a cui appartenevano i suoi genitori…la patria di una persona e il paese in cui vive….cioè dove nasce,dove cresce,dove passa
      i giorni piu importanti della sua vita…

    7. cilex ha detto, il

      se ci pensi bene, dopo una riflessione del genere… non penso che tu sia piu cinese.
      i cinesi non fanno queste riflessioni; comunque complimenti, per tutto questo, io ancora adesso ritengo che la storia sia inutile, non per immaturità ma perchè ci fa solo odiare altri ed altre….. se sapessi cosa i giapponesi, italiani, tedeschi, inglesi, americani, ecc…. hanno fatto alle nostre terre e alla nostra gente, odieresti i loro figli. tale da volerli distruggere.

    8. io credo che studiare la storia sia fondamentale per conoscere meglio il mondo in cui viviamo e purtroppo nelle scuole italiane quello che si spaccia per “storia” è soltanto un puzzle a cui mancano troppi pezzi,un puzzle incompleto che ti fa avere una falsa idea sulla vera storia del mondo.come è possibile che MAI si parla del male che il colonialismo italiano ha fatto nel corno d’Africa? perchè raramente si parla delle vicende storiche di paesi non occidentali e non “occidentalizzati”?
      secondo me andrebbero rivisti i programmi di storia in tutte le classi scolastiche italiane…proprio a partire dalle elementari…la nostra è una società che è cambiata e sta cambiando velocemente e il sistema educativo dovrebbe essere il primo ad aggiornarsi.

    9. Idra ha detto, il

      Non ritengo che sia importante il luogo di nascita, soprattutto per giustificare delle differenze discriminatorie.
      Credo però nel valore delle proprie radici, si perchè in questa parola non è contenuta in verità il luogo di nascita, ma una cultura nella quale ci hanno dato vita. La cultura, se è vera cultura, non escule altra cultura. Ovvero la cultura derivante dalle proprie radici, magari trasmesse dai propri cari, è una parte di noi come lo è la cultura imparata dal nostro vissuto. La cultura del crescere in un determinato posto e società si addiziona a quella delle radici. Beato chi se lo può permettere!

    10. paula ha detto, il

      quoto idra anche se con la riserva di continuare a parlarne anche di persona perché ci penso spesso a questa storia e secondo me ci sarebbero delle aggiunte da fare (anche autocritiche). sembro misteriosa ma non mi centra tutto qui :-)

    11. MaryClaire ha detto, il

      Ragazzi, la storia è importante, colui che non ha coscienza storica può essere paragonato ad un bambino… Non c’è niente da odiare conoscendo la storia, anzi… Ci si rende conto di quanto siamo simili, indipendentemente da tutto, per la nostra natura umana appunto. Purtroppo è vero che i programmi scolastici sono influenzati da un certo eurocentrismo e occidentalismo… Basti pensare che la filosofia, nonostante dovrebbe essere la studio del pensiero umano, si limita ad essere lo studio del pensiero occidentale. Ragazzi, però questo non vi deve feramere, non c’è solo la scuola, ci siete soprattutto voi con la vostra voglia di conoscere. Per ora accontentiamoci di questo, che non mi sembra poco…

    12. ruby ha detto, il

      hmm… io pure odiavo storia… oh dio nn kiedetemelo.. alle elementari nn avevo mai aperto il libro per studiare… appena vedevo la copertina mi veniva la nausea…
      sn d’accordo con zanzo… man mano ke sn cresiuta è aumentata la voglia di conoscere.. sapere di piu.. ma purtroppo a scuola nn fanno mai storia ke nn riguardi loro… faccio tutto cio ke ha relazioni con italia… ad esempio io volevo stuadiare bn la storia d’india.. ma nn abbiamo mai letto piu di tanto ke 4 righe su ghandi… uffi..
      la voglia di conoscere le proprie radici è quando tu sei consapevole di nn essere completamente legato al paese in cui sei nato, vissuto e cresciuto…. anke se dici a tutti ke sei italiano al 100%… nn vorresti mai ke qualcuno dica male sul tuo paese di origine.. ad esempio tu Boris ke sei di origini cinesi… se qualcuno fa un pregiudizio o critica negativamente sulla cina, .. beh forse nn intervieni nel discorso.. ma sicuramente ti batte il cuore.. ti fa rabbia… invece se ad esempio uno critica un paese ke nn è la cina.. ti farà male si forse.. ma nn tanto quanto la cina… xkè tu sei legato alla cina anke se magari nn la conosci… la adori anke l’hai mai vista (forse si, ma poco)…. è qui ke comincia la voglia di conoscere le proprie radici.. senò nn cene sarebbe bisogno.. e di certo la materia “storia” studiata a scuola è solo per fini del paese in cui vivi… nn ti porta a conoscere altre tradizioni..

    13. albatros1986 ha detto, il

      Penso che tu parlando di storia ti riferisca a te stesso, l’articolo è autoreferenziale. Ti senti cosmopolita, dunque, può darsi che non ti interessi in particolar modo la storia del paese d’origine tuo e dei tuoi avi, ma la storia in accezione/i più generale/i.
      Sono Italiana e anch’io sono profondamente interessata a tutto quanto riguarda la cultura dell’estremo Oriente (Cina in particolare) pur essendo abbastanza ignorante in materia: non basta la lettura de “La porta proibita” di Terzani o di qualche altro articolo, la visita di mostre, per penetrare la tradizione millenaria di un popolo.
      Non posso rintracciare dentro di me le radici di cui parli, eppure sento la spinta a interessarmi e confrontarmi con realtà tanto diverse dalla mia: mi sprona la volontà di poter avere un giorno, una reale integrazione, nella mia città, Milano, e in Italia, per esteso; qualcosa di simile a Londra, dove il 90% dei ragazzi che ho conosciuto, per lo più studenti, erano delle più disparate nazionalità.
      L’Italia dovrebbe contare proprio su di te e su tutti i ragazzi della 2nda generazione per combattere xenofobia e razzismo: sono profondamente convinta che l’istruzione e l’offerta lavorativa possa portare tutti, Italiani,Cinesi, Rumeni,Sudamericani ad un medesimo livello di coscienza civile ed aiutare la cancellazione di stupide idee preconcette del tipo “i Cinesi stanno invadendo l’Italia e copiano tutto”.
      Il problema è che istruzione e mercato del lavoro in Italia fanno acqua da tutte le parti; ma guarda il lato positivo della cosa: ci sono tante persone come me, e credo anche te, cui stia a cuore il miglioramento dell’integrazione, e della qualita di vita più in generale, di questo paese da svecchiare!

    14. Giam ha detto, il

      Ciao a tutti. Vi chiarisco subito che non sono nè giovane nè “straniero”. Ma in questo post (e nel vostro sito in generale) toccate due argomenti per me molto interessanti: la storia e le radici.
      Sono un chiachierone, per cui cerco di limitarmi ad accennare ad alcuni punti:
      - la storia dell’uomo è storia di migrazioni. L’Homo Sapiens è nato in Africa e da lì e migrato dappertutto. Gli Indo-europei (cioè noi europei e la nostra lingua) vengono dall’oriente. La stragrande maggioranza della frutta e verdura che sono la “cucina italiana” sono frutto di migrazioni (se non “biopirateria”) Per non parlare poi dell’ emigrazione italiana in USA e dovunque.
      - Forse l’ identità, le radici, più che essere identificate con un popolo e/o una cultura in un dato istante della storia, dovrebbe essere intesa come appartenenza ad un “flusso”, ad una storia, che ha un suo passato ed un suo futuro.
      Ciao e scusate l’invasione… :-)

    15. cavallo ha detto, il

      anch’io, come giam, non sono né giovane, né “straniero” (almeno in senso…non storico, visto che i miei genitori sono nati a Roma, ma i miei nonni erano 1 siciliano di origine probabilmente araba dato il cognome, 1 piemontese di cultura contadina dai tratti ereticali, 2 umbri ma con un cognome che deriva dai piccoli ufficiali delle “marche” di frontiera medioevali, che erano di cento origin diverse), ma molto imteressato a Storia, radici e migrazioni.
      Ritengo che la Storia sia una sola, se é vera e non falsificata come invece accade spesso nelle scuole e sui media (falsificazioni che spesso sono censure, talora pure invenzioni) e non possa escludere né quella “piccola” (la famiglia, il logo di nascita, il luogo in cui si vive, le loro memorie orali, scritte, oggettuali, achitettoniche, le loro tradizioni, ecc.), né quella “grande” (i procesi storici, la storia dei popoli, le evoluzioni tecnologiche ed ideologiche, le grandi migrazioni, ecc.) e del resto la scuola storiografica francese degli “Annales” da molti anni si muove su questo erreno, analizzando il rapporto fra le “storie piccole” (quella di un villaggio dei Pirenei, quella tratta dalle lettere dei soldati dal fronte, quella di singole famiglie contadine, ecc.) e grandi processi e fenomeni storici.
      Sulle “radici”, credo si tratti del risultato di una dialettica fra la cultura e le tradizioni dei nostri antenati e del luogo (inteso come paesaggio, architetture, relazioni umane e sociali, istituzioni, scuola, ecc.) di origine di ciascuno di noi (a loro volta non “pure” ed “immutabili” ma piene di elementi apportati a altre culture attraverso scambi, influssi, migrazioni) e la cultura e le tradizioni di altri luoghi (altrettanto non “pure” e non “immutabili”) attinenti in diverso modo alla nostra vita (es.: luoghi in cui siamo andati a lavorare/studiare, luoghi da cui nascoo mode culturali e/o che esercitano un’egemonia culturale su di noi, luoghi da cui vengono prodotti, flussi migratori, aggressioni, aiuti, ecc.).
      Sarebbe bello (naturalmente a scuola non si fa) studiare la Storia ponendo al centro:
      - i fenomeni migratori (dalla preistoria ad oggi);
      - gli scambi materiali ed immateriali (dalle carovane ad Internet);
      - i personaggi storici di origine “meticcia” o migranti o esuli e come tale carattere abbia influito su di loro (da Mosé a Buddha, da Mohammed ad Ibn Hamdis, da Dante a Colombo, da Napoleone a Pushkin, da Mazzini a Enrico Fermi, ecc.) e quale contributo abbiano dato alla Storia umana essi, “sradicati” o “impuri”, assai più dei più “puri” e radicati” .

    16. Arturo ha detto, il

      Purtroppo il problema è comune: la Storia che viene insegnata alle medie (inferiori e superiori) NON è Storia, ma solo un’accozzaglia di nomi, date, eventi. Al liceo (classico) il mio prof di Storia e Filosofia non ci ha mai spiegato Storia, facevamo solo Filosofia. All’università mi sono iscritto a Storia (RomaTRE) ed ho scoperto un mondo nuovo: la Storia non è (esclusivamente) date, nomi, eventi, ma una serie di processi, di meccanismi, di percorsi attraverso il cui studio riusciamo meglio a capire il nostro presente e le azioni degli altri. Purtroppo però nessuno ha più l’umiltà di mettersi a vedere cosa è stato fatto nel passato, e molto si da per scontato…
      Manca la cultura, e si vede.

    17. Michele ha detto, il

      Ho letto questo intervento mentre cercavo qualcuno con la mia stessa idea… Chiedo scusa se risuscito il post, ma volevo esprimere la mia…
      Premetto che sono italiano, ho la visione lineare di come si sia formato l’universo, il mondo, l’Europa e l’Italia…
      Nonostante tutto considero lo studio della storia inutile e quel poco che faccio per studiarla lo faccio non con lo spirito di conoscere le cose, ma piuttosto con lo spirito di uno che si sente costretto a studiarsi delle date, dei luoghi,dei personaggi e degli eventi…
      Girando su internet poi ho potuto notare che senza la storia, la politica non esisterebbe (si fa riferimento SOLO alla politica)… io che di politica non mi sono mai interessato (so chi è di sinistra e di destra, ma non me ne frega niente) può questo aver influito sul rapporto che ho verso la storia?
      E’ possibile che se io sia l’unico di tutto il mondo che odia la storia debba essere bollato come un ignorante (anche se ha un 7 in storia)?
      Ero capitato in una trasmissione di una emittente della zona dove abito io ed ho espresso la mia opinione sul fatto che lo studio di storia sia inutile… possibile che nonostante non abbia detto che chi studia storia sia “sfigato” o qualcosa del genere debba sentirmi dire che sono la rovina dell’istruzione e cose simili?
      Addirittura mi si viene a dire che chi non sa storia è senz’altro ignorante… ma se io voglio essere ignorante, sarà una mia scelta o no (poi ignorante uno che ha la sufficienza in storia non l’ho capito perché…)? A casa mia ignoranti sono quelli che non sanno scrivere o parlare…
      Grazie per avermi lasciato lo spazio per dire la mia e chiedo ancora scusa per aver riesumato un post ormai vecchio di quasi un anno ;)

    18. Laura Tussi ha detto, il

      AUTOBIOGRAFIA PER ACCOMUNARE CULTURE E SUBCULTURE DIFFERENTI.
      LA COMPLESSITA’ INTROSPETTIVA
      Spazi e tempi di racconti in evoluzioni narrative.

      Le trame della narrazione.

      di LAURA TUSSI

      L’approccio biografico, in ambito sociologico, rimanda come scenario all’America degli anni ’20 e ‘30 con la Scuola di Chicago, la cui prassi veniva espletata tramite la raccolta di autobiografie relative al disagio urbano, con lo scopo di mettere in comunicazione culture e subculture diverse. La ricerca è supportata da interviste, testimonianze, schede autobiografiche. L’utilizzo delle storie di vita si trasforma in strumento d’indagine e di conoscenza autonomo, in una metodologia qualitativa con un’autonomia epistemologica di sfida scientifica dell’uso di storie di vita nell’assegnare alla soggettività un valore di conoscenza.

      La narrazione autoriflessiva racconta vicende che si svolgono nella prassi umana. La vita è praxis di rapporti sociali trasformati in struttura psicologica e narrativa. Il metodo biografico fa scaturire un’ingente potenzialità relazionale che rivoluziona l’impostazione tradizionale dell’analisi epistemologica, come l’interazione tra soggetto e ricercatore che si collocano attivamente nel contesto della ricerca e sono implicati nel processo riflessivo e metabletico.

      L’approccio autobiografico, nell’ambito delle scienze dell’educazione, diviene strumento di ricerca qualitativa perché si basa sulla soggettività, intesa come unicità e specificità. Con il pensiero della complessità, supportato dall’epistemologia sistemica, subentra la “qualità” come categoria significativa nella ricerca del metodo autobiografico, che diviene esperienza euristica ed insieme ermeneutica, in un approccio che si configura quale strumento, non solo di ricerca, ma anche di formazione. L’autoformazione derivante dalle esperienze di vita sono fondamenti del processo formativo. L’autoriflessione biografica è una modalità di apprendimento dall’autobiografia, perché permette di riscoprire se stessi tramite l’analisi di aspetti dell’esperienza troppo spesso relegati all’oblio. La pratica autoformativa del metodo narrativo costituisce un mezzo di autoriflessione e autoconoscenza quale ricostruzione e riedificazione della personale identità nella ricerca dei diversi sé del passato, grazie ad un consapevole ritorno interiore e autoriflessivo, tramite la narrazione di sé, con la possibilità di attribuire significato anche al presente, di esplicitare connessioni e rimandi del testo di una vita, per riformulare un progetto di sé. Il passato del vissuto personale trascorso non è sempre lineare e continuo, ma frammentario e discontinuo, per cui subentra la necessità di cogliere i nessi di interdipendenza o connessione, armonizzando la molteplicità dei diversi tempi di vita. Il sé, la vita, narrati dalla soggettività del narratore si declinano verso la ricerca di senso e significato nelle esperienze personali esplicate durante il rapporto tra uditore-ricercatore e soggetto-narratore, impegnati a ricercare un senso e costruire un significato dell’identità proiettata nelle tracce dei percorsi dell’autobiografia che permettono di ristrutturare immagini di sé destinate a mutare e formare, in modalità poliedriche, le polimorfe facce dell’identità personale. Il tentativo di ridefinizione e riconoscimento del sé come istanza dinamica nelle sue poliedriche sfaccettature, si genera nel racconto autobiografico, dando origine ad un’identità polimorfa, molteplice, errante, nomade, priva di stabilità e in grado di presentare svariate dimensioni. La molteplicità dell’identità non è da attribuire ad una istanza frammentaria di tipo patologico, ma ad un Io diviso nelle molteplici parti del suo sé, ovviando al rischio di disgregazione. Pur coesistendo diversi sé all’interno della psiche umana, rientra nei compiti dell’età adulta far fronte all’esperienza dell’incertezza nella difficoltà di identificarsi con le diverse parti, facendole coesistere. Il processo dell’autobiografismo tramite l’esplicazione narrativa può ingenerare processi cognitivi autoriflessivi che rendono espliciti i percorsi individuali di significazione cognitivo-emotiva della propria esperienza. La modalità di pensiero autocognitiva attiva una riflessione retrospettiva e organizzazionale a cui si combina un’attività cognitiva immaginaria e finzionale tramite cui il soggetto sviluppa una dimensione progettuale nel futuro, divenendo capace di costruire ed inventare uno spazio di vita proiettato in una dimensione futuribile. Il nesso indissolubile tra memoria e identità, tra autoriflessione e autobiografia mette in evidenza la memoria come realtà dinamica costruttiva, narrativa, tra oblio e ricordo, censure e rivelazioni, strutturata come un mosaico. L’autoriflessione biografica in età adulta favorisce un’articolazione flessibile della soggettività tramite la produzione narrativa.

      La pedagogia narrativa e il disagio adolescenziale

      La pedagogia narrativa e autobiografica (o della memoria retro-introspettiva) e l’insegnamento dialogico sono gli strumenti didattici ed educativi migliori per affrontare le problematiche preadolescenziali ed adolescenziali in cui gli insegnanti si trovano sempre coinvolti. La pedagogia della memoria e la didattica retrospettiva, inerente la propria autobiografia, è uno strumento ottimale anche per riconoscere il disagio nascosto in classe, e pur non essendo psicologia, questo strumento ha in parte la pretesa di cercare di sviscerare i problemi per metterli in discussione o comunque portarli alla coscienza. Ho approfondito anche a livello teorico gli argomenti inerenti il metodo autobiografico anche a livello di produzioni scritte.

      Infatti il sapere autobiografico ha una sua costruzione. Il sapere autobiografico, anche a livello scolastico, indica un modo di essere più che un’azione ed è modellato su conoscenze stabilite e cumulabili, con caratteristiche di centrazione e gerarchizzazione, quale intreccio fattuale e normativo che coinvolge, crea e utilizza simultaneamente sistemi di concettualizzazioni e di valori, tramite la possibilità di riscoprire con un lavoro di metacognizione, origini e radici esperienziali delle personali conoscenze e parti delle identità cognitive. La riflessione epistemologica sul proprio operato e studio, basata sul paradigma della complessità, valorizza e scopre il rapporto con il sapere costruito all’interno del progetto di laboratorio autobiografico, modellato su seduzioni e relazioni reali, appartenenti alla trama vitale ed al contesto pratico, quale sapere costruito, prodotto dall’esperienza con le cose e dalla relazione con noi stessi. La svolta epistemologica prevede la visione del sapere come un tutto che integra sistemi e livelli di conoscenza prima ritenuti delimitati da una metodologia parcellizzante e ipersemplificante. L’autobiografia quale metodo e percorso di conoscenza e di pratica attiva, trans o metadisciplinare, attraversa e unisce tutti i campi del sapere che hanno come punto focale il vivente e come trama organizzatrice la totalità autoorganizzantesi. La biografia è un processo ontogenetico e sociogenetico proprio del percorso evolutivo di un soggetto e della sua narrazione e diviene modello e non metodo. Un modello alternativo e concreto di conoscenza, di ricerca e formazione, perché non esiste un modello senza una dinamica epistemologica portatrice di una irriducibile complessità, specie relativa alla ricerca relativa alle storie di vita.

      L’autoformazione è tecnologia alternativa del dominio educativo, così come il metodo dell’intervista biografica è alternativa metodologica propria della ricerca sociale. La svolta epistemologica del modello autobiografico è passaggio dalla fiducia onnipotentistica dell’individuo tecnologico in concezione lineare, cumulativa e evolutivista. La formazione deve consistere in un saper fare. La logica della produzione si accorda male al legame della riflessione retrospettiva, quale autobiografia in quanto forma di conoscenza di sapere in senso non solo legittimo, ma anzi privilegiato. La categoria dell’autobiografico non è riducibile all’ideologia della formazione e nemmeno a pura e semplice metodologia, ma possibile istanza trans-formativa e motivazionale. Il processo di formazione tramite il metodo autobiografico diventa presa di coscienza per attivare un empowerment che scaturisce dalla scoperta di avere una tradizione, una storia, un’identità. L’epistemologia della critica in autobiografia, della comprensione e della riflessività è antidoto alla tecnologizzazione della formazione, quale pre-requisito per ogni forma di cambiamento istituzionale, anche in ricerca e in formazione, fino ad assumere connotati di dissidenza. Una importante istanza trans-formativa riscontrabile nel metodo autobiografico consiste nella ricerca di senso e significato, come la ricerca del bene, dell’identità, della conoscenza che diventano saggezza intesa come arte del vivere.

      Il percorso autobiografico attraversa plurimi significati, connotati di senso, simbolismi e trame che ogni storia di vita presenta, con sensi, emozioni, rimandi diversi oltre l’uso didascalico e pleonastico delle accezioni, con nessi profondi anche nella stasi, nei silenzi, nei non detti, in tutte le note marginali della nostra esistenza. Il pensiero narrativo interpreta la storia di vita come testo presente da decodificare, quale essere altro rispetto alla vita in sé e per sé, nella questione del significato aperto a potenziali de-costruzioni e ricostruzioni. Il circolo ermeneutico con la sua infinita e costitutiva ricorsività non è solo rappresentazione dell’esistenza, ma permette un discorso narrativo che costituisce e inventa la vita. Il modello autobiografico consiste in una pratica euristica che si esplica in pensiero narrativo e discorsivo, caratterizzato da intenzionalità, sensibilità al contesto, ragionamento analogico/metaforico, in un globale processo di costruzione di senso, quale concezione ultima dell’educare.

      La progettualità temporale delle storie di vita.

      Nel fare storia come ricerca delle ragioni di vicende trascorse e attuali nel passato, la narrazione si configura come un non possibile e non pensato del processo trasformativo della dimensione autobiografica del progetto quale topos educativo come costruttore di un disegno esistenziale. La storia di una vita è rifigurata quale incompiutezza narrativa di riconfigurazione di una trama di storie in nozioni di incompiutezza narrativa nell’incontro con le molteplicità e le rappresentazioni di sé tramite l’identità narrativa. Il riconoscimento delle molteplicità di narrazioni possibili del progetto autobiografico e biografico che disegna la forma dell’anticipazione del passato consiste nella costruzione dinamica del sentimento di identità. La storicità del progetto ha un potere mediatore tra lo spazio e il tempo dell’esperibilità nella tensione dialettica dell’immaginazione e della simbolizzazione del prevedere, progettare e pianificare. L’esperienza apicale del margine di libertà può reinventare e risignificare l’imprescindibilità della relazione significante e significativa tra storia passata e immaginata in autobiografie e progetti, vettori simbolizzanti che non si concludono e non si esauriscono nel racconto retrospettivo. I caratteri e i bisogni latenti di riconoscimento e riorientamento consistono in tensioni tra il già avvenuto e l’ancora da realizzarsi. La riappropriazione riorientata nella relazione tra progetto e storia narrata è una condizione di apprendimento permanente, per cui il soggetto si impegna in progetti di delucidazione ed emancipazione di ricerca del topos epistemologico e vitale del processo metabletico nel racconto autobiografico. La riflessione di significati di azioni e connessioni che disegnano questa forma di storia nella riattualizzazione di significato, senza perdersi nel cambiamento stesso, si rileva in prefigurazioni di sé, parti narrative soggettive ricercate in un’immagine credibile. Il progetto è occasione di esperibilità di un’incompiutezza intinseca alla storia del soggetto, nel senso di sostenibilità, prefigurabilità e praticabilità. Il soggetto vive l’esplorazione, premettendo una prefigurazione e una precomposizione reversibili, nella tolleranza all’ambiguità e all’attuazione di abilità di negoziazione rispetto a momenti di crisi o perdita intrinseci all’autobiografia-progetto, in cui il soggetto esperisce e apprende comportamenti erranti ed erratici.

      La creatività narrativa

      La valenza formativa della molteplicità minacciosa e disperdente, vitale e rigenerante di un incontro esistenzialmente significativo ed educativo, rivela molteplicità e occasioni di apprendimento e cambiamento. Reinventare e risignificare l’incontro con le molteplici narrazioni di sé del soggetto nel ruolo di autore e attore, nella sperimentazione di un’autorità come progetto è importante fattore di costruzione dell’identità personale del soggetto, quale creatore di azioni e di senso.

      L’identità narrativa rappresenta anche la potenzialità di interpretazione del senso della narrazione, nell’orizzonte temporale soggettivo, frammentario e multiforme, della riconfigurazione semantica nella ristrutturazione ricorsiva dei giochi della narrabilità di sé. L’identità narrante avvia l’atto narrativo significativo e significante, retrospettivo e progettuale, che incontra una possibilità, un’occasione di riconnettere nessi e logiche di senso nei ritmi e nelle forme della narrazione multidirezionale e multiritmica.

      La metodologia autobiografica
      Le relazioni d’ascolto nel racconto e le tecniche di ricognizione

      L’intervista è uno strumento di ricognizione autobiografica che presenta vincoli e possibilità ed è utilizzabile secondo vari intrecci di linguaggi e diversificazioni legate al lessico adottato, in modo funzionale e coerente al contesto interattivo, mettendo così in evidenza, nella fase narrativa, le caratteristiche dei soggetti e gli obiettivi del percorso finalizzato alla progettualità formativa.

      L’approccio autobiografico risulta adattabile e flessibile relativamente ai diversi contesti nel cui ambito viene espletato ed applicato, anche tramite l’utilizzo della tecnica dell’intervista a cui affidare la narrazione di sé e l’ascolto, da parte del ricercatore biografo, che raccoglie le esperienze dell’ascoltare e del raccontarsi nel progetto di revisione e nell’intero percorso di ricostruzione autobiografica. L’esperienza di narrazione di sé si rivela nella rivisitazione della personale vicenda di vita, per cui il soggetto autonarrantesi recupera in senso autobiografico la memoria su di sé e plurime memorie esistenziali che riattivano un metaforico viaggio nel passato da non intendersi come ripiegamento nostalgico e solipsistico inerente i tempi mitici delle oasi oniriche infantili. Le rivisitazioni autobiografiche, al contrario, riattualizzano il passato e lo rendono un bagaglio di ricordi attivi utilizzabili per agire meglio il presente ed il futuro, infatti durante il racconto il presente è interpretato e compreso dal ricercatore biografo alla luce delle tracce e delle trame dei ricordi passati. Le tracce e le trame intessute del racconto autobiografico sono frammenti di desideri, emozioni, esitazioni, parti esaltanti o squallide dell’esistenza, che aprono lo sguardo delle volute librantesi nel corso della narrazione alla riscoperta della progettualità futura

      Il disvelamento della narrazione

      L’autobiografia viene raccontata o scritta e dipanata nel rapporto conversazionale, ingenerando forme di riconoscimento, di autoapprendimento e autodisvelamento che permettono di costruire varie traiettorie di trame esistenziali, all’interno di un’alleanza con il narratore che aiuti a stabilire nessi ed interconnessioni tra gli indizi, gli eventi o i fatti descritti, con legami, interconnessioni che svelano il significato al disegno della trama esistenziale, di ricomponibilità interpretativa.

      L’apertura conoscitiva e trasformativa lenta e impercettibile è implicata nel gioco narrativo che ingenera potenzialità di rappresentazione, comprensione e risignificazione di eventi, contesti e relazioni all’interno dell’interazione dialogica tra ascoltatore/ricercatore e narratore/soggetto che condivide tempi e spazi dell’ascolto collaborativo, quale risorsa apprenditiva, nell’ambito della quale si realizza la possibilità per il soggetto di intrattenersi con se stesso, di ascoltare il mondo interiore, di raccontarsi nelle apicalità dell’incontro dialogico. Il soggetto di una storia di vita incompiuta, riscrivibile e reinterpretabile a partire dagli eventi, dagli incontri e dagli episodi della personale esistenza, nel racconto può accingersi al recupero, al ritrovamento di tratti, tracce, trame, segmenti salienti, continua apicali, momenti cruciali e di svolta della storia di vita narrata, individuando le figure significative, la ricomposizione e l’identificazione di momenti, incontri nella molteplicità di biografie che abitano interiormente ogni soggetto narrante, in molteplici interconnessioni. Gli intrecci delle biografie affettive, cognitive, professionali e desideriali, con l’esperienza del racconto e dell’ascolto producono conoscenza ed effetti trasformativi che suppliscono al problema dell’attribuzione di senso e significato alla trama narrativa, nel problema del senso di una vita sotto il tessuto del discorso biografico e con esso la ricerca di significatività nel passato, il nesso tra la continuità e la discontinuità delle biografie interne che hanno conosciuto momenti di vitalità, pause e arresti.

      La significatività pedagogica volta al ripensamento autobiografico avviene sia tramite l’ascolto monologico che l’ascolto dialogico, dinamiche relazionali che ingenerano nel soggetto apprendimento, a partire da se stesso come narratore e rievocatore da eventi di ricordi e apprendimento rimotivazionale, per il cambiamento, per la relazione. Nell’ambito del contesto narrativo del racconto, il soggetto riconsidera sé stesso, le esperienze implicite, il proprio percorso formativo, professionale e i grandi temi vitali con cui è stimolato a formulare considerazioni e riflessioni critiche autoreferenziali, al fine di far emergere la personale rappresentazione mentale della complessità di eventi, di significazioni, di situazioni nelle consuetudini del pensiero, di scelte e soluzioni, in un’elaborazione differita del contesto narrativo in trasformazioni cognitive ed operative. Nel racconto di sé si scompone e ricompone la propria storia, attribuendole voce tramite la narrazione evocativa, nella declinazione rimemorativa, a ritroso, di esigenze personali e formative, desideri, vocazioni e propensioni nella revisione di progetti di rimotivazione personale e professionale.

      L’incontro dialogico matura una nuova rappresentazione di sé, di ulteriori forme d’agire, di pensabilità, investimenti emotivi e stili relazionali, nel tempo della potenzialità, dell’ipotesi metabletica, dell’autoriflessività e trasformatività, nell’ascolto che offre la disponibilità decentrativa, alla problematizzazione e alla riconsiderazione critica di sé, di situazioni, scelte e responsabilità, riacquisendo capacità di autoascolto, autoanalisi, autocomprensione e autoapprendimento.

      L’approccio qualitativo.

      Il metodo autobiografico prevede delle tipologie di tecniche ricognitive: l’intervista aperta semistrutturata, non direttiva e in profondità, quali strumenti di ricognizione di vissuti motivazionali, cognitivi ed emotivi nella singolarità e unicità di ogni individuo, nel lavoro di scavo interiore e di autoriflessione, ricco di suggestioni e implicazioni autoformative. Le scansioni temporali ed emotive del raccontarsi del soggetto con il ricercatore, rivelano un rapporto comunicativo asimmetrico tra chi ascolta ed accoglie il racconto autobiografico e il narratore, per cui tale asimmetria si può mitigare facendo propri atteggiamenti interpersonali, atti e comportamenti comunicativi specifici. All’interno dell’interazione narrativa non è intenzione del biografo incasellare la storia di vita in una griglia già predisposta, ma riproporre suggestioni, stimoli generici, interazioni feconde, focalizzando la rivisitazione e ricostruzione narrativa. Nel percorso di ricomposizione e di esplorazione interpretativa, le soste del proprio racconto evidenziano aspetti diurni, ossia espliciti, di superficie, socializzabili, oppure notturni, vale a dire liminali, impliciti, onirici, che organizzano il tempo della narrazione secondo un filo cronologico di associazioni di idee e situazioni.

      Le modalità d’ascolto.

      L’accorgimento comunicativo nell’esercizio dell’ascolto e la rivisitazione delle vicende esistenziali, con la disponibilità a condividere parti di riflessioni autoformative e rivitalizzanti, pongono le premesse per una modalità di ascolto partecipativa ed attenta nel corso della quale sono comprensibili motivi di imbarazzo e diffidenza. La disposizione dell’intervistatore quale scoperta e curiosità stimola l’ascolto-racconto all’interno del setting autobiografico, nel sé autoapprenditivo e trasformativo. Le caratteristiche di un ascolto attento e attivo nel desiderio di comprensione degli atteggiamenti relativi al codice della comunicazione non verbale, ingenerano un processo di autoapprendimento trasformativo. L’universo di credenze, di valori, di miti personali, rivela la rappresentazione e la valutazione di eventi, incontri e scelte che costellano la storia di vita personale accettata e riconosciuta in sentimenti e reazioni di fastidio o disaccordo, che la soggettività esplicita in modo diretto attraverso i gesti, le posizioni discordanti dell’ascolto autentico. L’intervistatore non si confonde simbioticamente con la persona che si pone in autoosservazione e in atteggiamenti di riflessione di modi di pensare estereotipi, con un’attenzione autoreferenziale attenta a pensieri, sentimenti ed emozioni che aprono alla decentrazione e all’accettazione di ogni narrazione di cui non interessa la verità oggettiva, ma la significatività della narrazione.

      LAURA TUSSI

      Bibliografia

      AA.VV. (1995) Il lavoro di strada, Edizioni gruppo Abele, Torino

      Bertolini P. (1998) L’esistere pedagogico, La Nuova Italia, Firenze

      Bertolini P., Caronia L. (1993) Ragazzi difficili. Pedagogia interpretativa e linee d’intervento, La Nuova Italia, Firenze

      Bruner J.S. (1992) La ricerca del significato per una psicologia culturale, Bollati Boringhieri, Torino

      Demetrio D. (1990) Educatori di Professione, La Nuova Italia, Firenze

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