
Scritto da: Lucia
Mi sta capitando di conoscere sempre più seconde generazioni, improvvisamente le scorcio in ogni dove e cerco di ascoltarle attentamente. E’ un po’ come ascoltare me stessa. Ascoltare le cose che sono dentro ad ognuno di noi ma che magari per pudore, paura, si preferisce non sentire. Mi accorgo che nel mondo siamo sempre tutti più soli e forse noi seconde generazioni lo siamo doppiamente. Abbiamo, perlomeno tutti quelli che ho potuto conoscere, sensibilità molto particolari, magari mascherate da schermate di freddezza. Forse perché siamo tanti piccoli soldati che devono andare avanti, farsi da soli a volte. E quando non hai le spalle coperte, non c’è tempo per piangere, per lamentarsi troppo e contemplare i propri guai. Capita di esplodere all’improvviso in crisi esistenziali figlie di pesi interni, tenute accuratamente al freddo come fossero surgelati. La responsabilità è di doversela cavare sempre, di trovare uno spazio, un’identità propria, uno status, non permette stop. Non c’è sosta. E quando la vita e le circostanze obbligano ad un parcheggio, tutto ritorna velocemente alla mente ed un episodio rimanda ad altre mille in cui si è provata la stessa sensazione: solitudine, silenzio. Riaffiorano nostalgie indefinibili, di vite diverse, di meno ansia, forse semplicemente di meno meno.

Mi sforzo sempre, quando leggo quelle terribili notizie sui giornali, di non guardare le cose con occhio distante. Eppure in questi giorni mi rendo conto di quanto ne rimango estranea. Cerco sempre di pensare che là, lontano mille miglia dalla mia confortevole stanza, c’è gente che veramente sta soffrendo, che ha paura delle bombe, o che è spazzata via dal vento, dal fango, dall’acqua. Leggo e mi ripeto che quello che leggo non sono parole, ma fatti veri.
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