E’ solo verso i 21 anni che ho cominciato a comprendere il senso delle parole che mia nonna mi ripeteva da bambina: "Cerca di diventare qualcosa per non essere né carne né pesce".
Per una qualsiasi altra bambina italiana queste parole non avrebbero avuto un significato particolare se non quello di diventare grande. Per me, invece, divisa tra una natalità italiana e una faccia scura, che parlava di una terra lontana, la frase da lei pronunciata voleva dire molto di più. Ora sono sicura che la mia attribuzione di significato fosse esattamente ciò che mia nonna intendeva.
Tuttavia, sentivo di avere una possibilità tra la carne il pesce: essere uovo.
Un qualcosa che è in sé la radice di entrambi ma allo stesso tempo, non è ancora né l’uno né l’altro. Per tutto il periodo che avevo vissuto con lei e mio "nonno", assieme a mia mamma, ero stata la ragazzina di origine etiope che si sentiva bianca, perché tutto intorno a lei era bianco e italiano. Dopo di lei, sono diventata "una ragazza bianca" che si sentiva nera perché tutto intorno a lei era diventato scuro. Oggi, credo di essere entrambe le cose e nessuna delle due. Essere un figlio di immigrati, nella società italiana, e per di più "di colore", non è né facile né difficile, E’ semplicemente una realtà nuova ed indefinibile. Siamo italiani, ma le nostre fattezze si presentano ancor prima delle parole, smentendo a primo impatto, qualsiasi appartenenza a questo Paese. Allo stesso tempo, quando ci affacciamo alle comunità di origine, la conoscenza frammentaria della cultura e della lingua ci allontana anche da loro.
Pertanto mi chiedo, abbiamo davvero le stesse problematiche di altri italiani? E soprattutto, considerando le poche opportunità lavorative concesse ai nostri genitori, non incorriamo più di altri nel rischio d’inciampare in un occulto ( forse neanche tanto) perpetuarsi di un sistema di caste occidentale? Mi guardo intorno e vedo che ancor oggi sono pochissimi i figli di quegli immigrati che riescono a superare questo "destino già segnato".. Nasce l’esigenza di una legittimazione di questi nuovi figli d’Italia, con problematiche ed esigenze del tutto nuove. Soggetti fuori da quell’estenuante dialettica è/non è che li vorrebbe per sempre degli ibridi.
Scritto da: Lucia

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